mercoledì 31 gennaio 2018

Lutezia.


"Ora che si approssima il capodanno- scrive Heine, una pagina della sua "Lutezia"- il giorno dei regali, qui i negozi fanno a gara nell'esporre le cose più svariate. Guardare queste mostre è un modo piacevolissimo di passare il tempo per l'ozioso 'flaneur'; se non ha il cervello del tutto vuoto, lo assale anche qualche pensiero, quando osserva dietro le vetrine di cristallo la variapinta piena degli oggetti di lusso e d'arte che vengono messi in mostra e quando, forse, getta uno sguardo sul pubblico che sta lì accanto a lui. I volti di costoro sono così sconciamente seri e sofferenti, così impazienti e minacciosi, da formare uno sgradevole contrasto con le cose che essi hanno impalati a considerare e da farci venire il timore che questa gente avrebbe voglia una buona volta di cominciare d'un tratto a  menar pugni e ridurre miseramente in frantumi tutti i variopinti, tintinnanti balocchi del mondo elegante, assieme a questo medesimo mondo elegante! Chi non sia un grande politico ma un normale 'flaneur', che si cura poco della 'nuance' Dufaure e Passy, e si cura invece dell'aria che ha il popolo dei vicoli, costui giunge alla salda convinzione che prima o poi in Francia tutta questa commedia borghese, subissata dai fischi, avrà una fine terribile insieme ai suoi eroi e comparse parlamentari, e che ci sarà uno spettacolo conclusivo il quale si chiamerà regime comunista! Non che tale spettacolo conclusivo durerà a lungo; ma con violenza tanto maggiore scuoterà e purificherà gli animi. Sarà un'autentica tragedia." Passeggiando per le vie di Parigi, in una sera di dicembre del 1841, Heinrich Heine sembra genialmente antivedere insieme al passaggio dalla commedia borghese del XIX secolo all'"autentica tragedia" del Novecento, l'intero, "grande e terribile", ma non lungo "spettacolo" del "secolo breve". Colpisce tuttavia rileggendo nel XXI secolo queste pagine, quando proprio la "autentica tragedia" evocata dallo scrittore tedesco è già alle nostre spalle, la straordinaria somiglianza del "mondo elegante" della pagina di Heine al nostro di adesso. Ed è difficile non condividere il moto perfino violento di reazione dell'"ozioso flaneur" alla insopportabile eleganza delle "vetrine di cristallo" e alla "variopinta piena degli oggetti di lusso e d'arte" dinanzi al suo lento sguardo distaccato, che così immediatamente evocano l'odierna, spettacolare fantasmagoria delle merci delle nostre città, il loro vuoto apparentemente confortevole e pure così opprimente. Lo stesso "vuoto" della commedia borghese e dei suoi "eroi e comparse parlamentari" che animano tutti i giorni la nostra finta democrazia. Allora come adesso, il mondo borghese si presenta come un mondo di cose, ovvero di oggetti ridotti a merci e insieme di uomini ridotti a vuote comparse. Ancora al di qua del 1848, il genio di Heine coglieva con terribile lucidità come solo una purificatrice tragedia, una aristotelica catarsi poteva far saltare in aria, "ridurre in frantumi" un intero mondo così apparentemente solido e insieme così insopportabilmente anacronistico, internamente svuotato di ogni senso e valore. Ma proprio perciò, la tragica catarsi rivoluzionaria gli appariva non solo inevitabile, tragicamente, storicamente necessaria ma vicina e forse perfino imminente. E invece si sarebbe fatta aspettare ancora molto a lungo. Riprecipitati in una commedia perfettamente identica a quella descritta nelle pagine di "Lutezia", di fronte alla sua ripetizione, al medesimo spettacolo della merce e quindi della politica parlamentare, è difficile oggi non guardare alla "tragedia" della rivoluzione con una nostalgia pari almeno, per intensità, al senso di paura con la quale Heine evocava e insieme invocava la violenta distruzione del mondo borghese. Ma è una nostalgia che non può non volgersi al futuro, come lo sguardo di Heine a Parigi. Non è vero in fondo che la storia non si ripeta se non in forma di farsa, come ha pensato Marx, forse troppo condizionato da una visione troppo lineare e progressiva della storia e della prassi politica in essa, a meno di non pensare eterna questa commedia e ormai impossibile una rivoluzione che ne interrompa la farsa.

Salvatore Tinè

lunedì 8 gennaio 2018

LA COSA

"Il soggetto che lavora- scrive Lukacs nella sua "Estetica"- può pensare e sentire quello che vuole della sua realizzazione; la dialettica oggettiva del processo lavorativo (preso naturalmente nel senso più ampio), insieme con i suoi presupposti e le sue conseguenze, connette in una struttura immanente e compiuta, escludente ogni trascendenza definitiva, le relazioni tra gli uomini, i rapporti tra essi e il mondo esterno, e gli oggetti che mediano questi rapporti. E gli uomini che vivono e operano in questi sistemi dimostrano nelle loro forme di coscienza sempre più elevate, e soprattutto in quelle etiche, l'aspirazione a superare le barriere oggettive e soggettive (tra loro interdipendenti) che impediscono loro di progredire e perfezionarsi, la supposizione di una trascendenza assoluta nella realtà oggettiva, la limitatezza della mera individualità personale nella sfera soggettiva, il loro intersecarsi, la teologia riferita all'uomo." Si direbbe che la nozione di "essere-nel mondo" con la quale Heidegger si è sforzato di superare l'opposizione metafisica tra soggetto e oggetto al fine di cogliere la loro unità concretamente ontologica abbia senso solo in relazione a quella di lavoro come immanente unità tra gli uomini nelle loro relazioni mediate dagli oggetti e dal mondo esterno. Se Heidegger ha visto nella identificazione nell'identificazione tra l'essere e l'oggettività il nucleo filosofico dell'estraneazione dell'uomo, ovvero la sua riduzione a mero soggetto estraniato dal mondo Lukacs vede invece proprio nel recupero della dialettica oggettiva del lavoro e quindi nella piena identificazione dell'essere del mondo con la sua oggettività, il presupposto fondamentale per il superamento dell'estraniazione e della conseguente riduzione dell'uomo a mera individualità personale e dell'oggetto a mera "cosa" esterna, feticizzata. "Quando e come come vengono le cose come cose?- si chiede Heidegger ne la conferenza su 'La cosa'- Esse non vengono in forza di operazioni dell'uomo. Ma neppure vengono senza la vigilanza dei mortali. Il primo passo verso una tale vigilanza è il passo indietro dal pensiero puramente rappresentativo, cioè spiegante-fondante- al pensiero rammemorante.". Dunque il mero "vigilare" degli uomini come "mortali" di fronte alla verità da cui proverrebbe la cosa viene contrapposto da Heidegger all'"operare" dell'uomo che trasformerebbe in oggetto, quindi in mera "rappresentazione" la "cosa". La "cosalità" di quest'ultima- scrive Heidegger- "non risiede nel fatto di essere un oggetto rappresentato, né si lascia definire in base all'oggettività dell'oggetto." Sfugge ad Heidegger come il pensiero rappresentativo sia solo una modalità del lavoro umano e come nell'ambito della dialettica del lavoro solo astrattamente l'uomo come soggetto che opera possa essere distinto e contrapposto all'oggetto e agli strumenti di lavoro. Appare chiaro come il mero vigilare e custodire la verità della cosa, nell'apparente autonomia del suo automanifestarsi introduca di fatto una nuova forma di estraniazione della cosa all'essenza dell'uomo. In realtà, lungi dallo smarrire il senso dell'essere della "cosa", la nozione della sua oggettività è l'unico tramite possibile per cogliere insieme all'essere dell'oggetto il suo rapporto inscindibile con la realtà e il divenire dell'essenza umana.

Salvatore Tinè