lunedì 30 novembre 2015

Buon giorno, Preside!


Il mito di Giarrizzo ha segnato la storia della Facoltà di Lettere dell'Università di Catania sin dai tempi di Mazzarino e di Cataudella. Negli ultimi decenni quella storia e quella Facoltà hanno continuato a vivere esclusivamente nella figura di Giarrizzo, con la cui scomparsa viene così meno l'ultima memoria vivente che le custodiva. L'immobile maschera triste del suo volto che tutte le mattine vedevo passando per il corridoio della mia stanza mi richiamava sempre alla memoria il peso schiacciante e a tratti insopportabile che questa figura ha rappresentato per tutti coloro che hanno trascorso la loro vita di studenti o di studiosi in quella che si chiamava "Facoltà di Lettere", negli ultimi 50 anni. Quel peso, continuavo a subirlo tutte le volte che al mio "Buon giorno, Preside" il Preside rispondeva, gelidamente, con un vago, quasi scortese, cenno. Ma nei corridoi e nella biblioteca della sua "ex-Facoltà" tristemente mutatasi in "Dipartimento di Scienze Umanistiche", totalmente diversa, culturalmente e direi perfino antropologicamente, dalla sua "creatura" storica, egli continuava ad aggirarsi come l'unico "vivo" in una università ormai spettrale, popolata da inutili, a lui estranei, fantasmi, ignari di lui e della storia che incarnava. E tuttavia il mito è sopravvissuto, anche grottescamente. E direi che diverse generazioni in quella Facoltà si sono formate proprio nel confronto con il mito. In questo senso, Giarrizzo ha incarnato la figura freudiana e lacaniana del Padre. Come Saturno egli ha spesso mangiato, ucciso i suoi figli: ad una continua rivendicazione della funzione di guida intellettuale e politica dello studioso accademico, di stampo illuminista, si è sempre accompagnata in lui una concezione e una pratica cinica e spregiudicata del potere. Ma solo rifiutando il Padre si diventa liberi. "La nostra generazione è quella degli epigoni" ripeteva tristemente negli ultimi anni, evocando i suoi maestri, ovvero Santo Mazzarino, Federico Chabod e Franco Venturi. Una frase che tradiva quanto avesse sofferto e soffrisse ancora il confronto schiacciante con essi, con i suoi padri che anche grazie a lui imparavamo a considerare nostri. E forse, con una punta di malizia, potremmo dire che del peso di quel confronto si è come dire "rifatto" schiacciando i suoi figli mancati. La sua fine è allora quella di una epoca e di una storia che si chiude. Ma è una fine triste.

Salvatore Tinè

domenica 25 ottobre 2015

A Messina con Pasolini



Al cinema Iris di Messina, nel quadro di una splendida “Settimana Pasoliniana” presento “Uccellacci e uccellini”. La prima didascalia del film che leggiamo sulla sua prima inquadratura riassume uno dei suoi temi: è una sintesi ironica di una celebre intervista a Mao, ovvero a una delle icone  e a uno dei principali riferimenti ideologici di quel ’68 che esploderà appena due anni dopo Uccellacci e uccellini. Un’intervista riassunta in questi termini: “dove va l’umanità? Boh!”. Il film ci indica quindi sin dal suo inizio il tema del futuro, ovvero del senso del cammino o della storia dell’umanità. Non a caso la didascalia è sovrapposta all’immagine in campo lungo di una strada sul cui orizzonte scorgiamo appena, piccolissimi, i due protagonisti del film che conosceremo qualche attimo dopo. La strada è appunto la metafora visiva, chapliniana della storia come cammino dell’umanità. Subito dopo conosciamo i due personaggi del film, finalmente inquadrati da vicino: un padre e un figlio, interpretati da Totò e Ninetto Davoli, in realtà interpreti di se stessi, i quali percorrono quella strada di periferia, apparentemente senza un motivo o una precisa direzione: di nuovo un tema che precorre il ’68, quello del conflitto tra le generazioni, tra la vecchia Italia cattolica e contadina, quella appunto dei padri, e la nuova Italia dei giovani, uscita profondamente trasformata dal boom economico e dai radicali processi di modernizzazione che lo hanno accompagnato. Il bar di periferia in cui  vediamo fermarsi i due protagonisti è la  prima stazione del loro viaggio, il cui svolgimento in forma poetica più che narrativa sarà appunto il film.  Allegro e sorridente, Ninetto si aggiunge ad un gruppo di ragazzi che ballano davanti al bar: una sequenza che sembra voler restituirci attraverso il movimento e il ritmo frenetico di quei giovani corpi e della loro danza, lo slancio vitale, il prepotente impulso di cambiamento che anima le giovani generazioni nell’Italia appena uscita dal boom della fine degli anni ’60. La corsa improvvisa di quei  giovani verso un autobus interrompe bruscamente il loro ballo e il cammino dei due vagabondi riprende così in una sterminata periferia, in uno spazio deserto quasi beckettiano.  E del resto vagamente beckettiano appare pure lo stesso personaggio di Totò, di cui Pasolini esalta i tratti grotteschi e assurdi della sua maschera triste, in contrasto con l’infantile allegria e la innocente vitalità da angioletto del figlio Ninetto. Le insegne stradali che scandiscono il cammino senza meta dei due personaggi indicano città e paesi di continenti diversi e così la periferia e la campagna romane finiscono per mutarsi nella periferia e nella campagna del mondo. I campi lunghi e lunghissimi, dentro i quali Totò e Ninetto sembrano perdersi, disegnano uno spazio che si fa metafora di un mondo che si è dilatato, oggi diremmo globalizzato, privo ormai di quella stabile e rassicurante distinzione tra centri e periferie che lo ha per un lunghissimo periodo storico strutturato. Si direbbe allora che il deserto della periferia sia l’immagine di una realtà assurda, svuotata ma anche l’immagine di una apertura di spazi, di nuove possibilità storiche. Non sappiamo dove vada l’umanità come ci dice Mao all’inizio del film, ma sappiamo che c’è un cammino nello spazio di un mondo che è infinitamente più vasto e aperto di quello che abbiamo conosciuto sino ad ora. Di qui il senso di libertà dei due personaggi e del loro vagabondare per le strade del mondo.  Pasolini esalta la semplicità e lo slancio della loro ingenua vitalità proletaria, l’essenziale autenticità dei loro istinti primordiali che si esprime negli impulsi della fame e del sesso, privati però adesso di quei tratti di aggressività e di violenza che li connotavano nei suoi film precedenti. Di qui il tono favolistico del film, il suo tocco di comica leggerezza quasi chapliniano. Nei titoli di testa esso viene definito “un triste girotondo” e insieme un “lieto girotondo”. Totò e Ninetto ci appaiono come l’espressione immediatamente fisica di una vitalità proletaria che non ha tuttavia più niente della collera e della violenta disperazione del sottoproletariato delle borgate romane di  Accattone. Nessuna aperta o consapevole ribellione esprime la loro, povera, nuda esistenza: e tuttavia quest’ultima si impone come una oggettiva negazione dell’ordine fondato sulla proprietà privata e la sua violenza, sebbene l’esplicita ribellione ad esso si manifesterà soltanto nell’atto del defecare sul terreno di un proprietario e poi nella fuga per sfuggire alle sue fucilate. Il cinema di poesia sembra risolversi qui nel linguaggio non-verbale dei corpi di Totò e Ninetto, nella poetica  grazia e nella sublime semplicità dei loro gesti: nello splendido apologo degli “uccellacci e degli uccellini”  i due protagonisti, nei panni di due frati francescani del Duecento, troveranno il modo di comunicare con gli uccelli nel puro linguaggio dei gesti, l’unico in grado di comunicare ad essi la religione della pace e dell’Amore.  Nella misura in cui esso libera il gesto, il cinema di poesia si pone dunque come ritorno e recupero del cinema muto. Esso non è più soltanto la “lingua scritta della realtà” ma anche la lingua proletaria del corpo.  Ma proprio l’ironico ricorso alle caratteristiche didascalie del cinema muto consente a Pasolini di esplicitare i contenuti politici ed ideologici del suo film e insieme di sottoporli tuttavia ad una spietata e dolorosa riflessione autocritica. La comicità di Totò come “uomo umano” si impone infatti come la loro critica implicita. La maschera ilare e triste, ingenua e folle dell’attore napoletano, massima espressione della vitalità e dell’ “umanità” dell’uomo si contrappone alla razionalità ossessiva e disperata del corvo marxista che come un insopportabile grillo parlante accompagna i due vagabondi in tutto il corso del loro cammino. Il corvo definisce “religione” la “ forza che un passo dopo l’altro” fa muovere i due pellegrini “lungo una strada che nessuno sa”, quella in cui crede siano destinate a convergere tutte le altre. Una religione che li rende “beati”, espressione di una forza inattingibile per lui, i cui genitori sono non a caso il “Dubbio” e la “Coscienza”. Ma qui “passione” e “ideologia” si intrecciano e insieme si contraddicono. L’apologo francescano che viene recitato dagli stessi Totò e Ninetto è tuttavia raccontato dal corvo. Esso non è quindi tanto l’espressione di quella “religione” immanente nella vitalità proletaria dei due pellegrini quanto della concezione della religione  propria dell’intellettuale marxista, ovvero della religione che si nasconde nella sua ideologia e che viene esplicitata nello splendido discorso di Francesco d’Assisi: la profezia di quest’ultimo, dell’avvento di una sorta di Messia marxista, quindi la rivendicazione di una religione fondata sull’impegno politico quotidiano contro l’oppressione e la diseguaglianza tra le classi come condizione per l’avvento di un mondo all’insegna dei valori evangelici di amore e di pace sembra intrecciare e conciliare una prospettiva religiosa e apocalittica con una concezione della storia come graduale progresso della coscienza. L’incontro tra il corvo e i due pellegrini è allora la metafora di quello tra la concezione della religione che il corvo rende esplicita nel discorso di Francesco e quella “religione” che è lo stesso cammino senza meta dei due vagabondi, ovvero la metafora del disperato tentativo dell’intellettuale marxista di portare al livello della coscienza e della storia come storia di lotta di classi la vitalità proletaria, al di qua o al di là della storia, che si incarna in Totò e Ninetto. Ma al corvo che gli chiede dove stiano andando, Totò risponde semplicemente “laggiù, in fondo”: il suo senso della vita è proprio il contrario di una prospettiva finalistica. Perciò il suo unico senso è la morte in cui la vita si compie, di contro ad ogni dimensione storica. Significativo in questo senso il dialogo tra Totò e Ninetto sulla vita e la morte: quando uno muore, dice Totò- rispondendo ad una ingenua domanda del figlio su come si passi dalla vita alla morte- vuol dire che tutto quello che doveva fare lo ha fatto. Una didascalia ci informa che il corvo “è un intellettuale marxista di prima della morte di Togliatti”. E qui Pasolini introduce un altro elemento essenziale per definire la dimensione storica del film. I giovani che danzano all’inizio del film, come il paesaggio urbano e le industrie che di tanto in tanto scorgiamo nella campagna sterminata ci dicono che siamo appunto nell’Italia “di dopo la morte di Togliatti”. La splendida sequenza dei funerali, montata con soli documenti di repertorio è una delle più grandi pagine del cinema di Pasolini. La morte di Togliatti è la fine di una certa Italia contadina e proletaria, quella che ha vissuto le lacerazioni terribili del fascismo e della guerra ma anche le grandi speranze di rinnovamento e di trasformazione radicali della società del dopoguerra, della Resistenza  e degli anni ’50, il decennio in cui si svolge la formazione politica e ideologica di Pasolini. La sua fine Pasolini la racconta attraverso il pianto, il dolore e la disperazione di una folla sterminata che nel film si fa immagine di una comunità, ovvero di un popolo che attraverso il partito si è data una coscienza. E’ forse tra tutte le sequenze dei suoi film quella in cui meglio Pasolini ha saputo risolvere nel cinema la sua poesia civile e l’ideologia populista che vi si esprime. Si direbbe che qui “passione” e “ideologia” per una volta, si confondono completamente, di là dal loro lacerante conflitto che scandisce la poesia e il cinema di Pasolini, di là da quello “scandalo del contraddirmi” che Pasolini confessava a Gramsci davanti alla sua tomba, in versi celebri del poemetto Le ceneri di Gramsci. Non più soltanto “estetica passione” come lo stesso Pasolini la definiva in quei versi, qui la visione “sacrale” del popolo, tutta figurativamente risolta nelle immagini di repertorio dei funerali, riassume e condensa, infatti, la stessa passione politica di Pasolini. L’ideologia si fa passione. Ciò non toglie tuttavia che questa identificazione avvenga nel segno della morte, del dolore, della “passione” intesa anche in senso cristologico: i pugni chiusi dei proletari che sfilano davanti al feretro di Togliatti sembrano scandire un rito religioso, come le stesse bandiere rosse a lutto sotto le quali si compone e  raccoglie il popolo fattosi comunità politica. Se la morte di Togliatti è la fine di un’epoca storica, essa ne è anche il compimento, racchiudendone il senso. Ancora una volta, secondo le parole di Totò che citavamo prima, la vita si compie nella morte. Nel film tuttavia a questo motivo se ne accompagna e intreccia un altro, apparentemente opposto: quello della identità tra vita e morte intesa nel senso del ciclo, ovvero l’idea della morte come rinascita della vita. Ancora una volta si tratta di un motivo che in Pasolini non è esente da tratti cristologici. La morte del corvo, mangiato da Totò e Ninetto è appunto la metafora di questa potenza della vita che si incarna nei due vagabondi. La concezione della vita e del mondo espressione di un epoca storica ormai compiutasi viene digerita e quindi assimilata da Totò e Ninetto. E’ lo stesso Pasolini a suggerire didascalicamente questa interpretazione nella citazione ironica di una frase del grande filologo Giorgio Pasquali: “i professori vanno mangiati sempre in salsa piccante, perché chi se li mangia diventa un po’ professore anche lui”.  Io credo che qui il registro ironico sia fondamentale per capire la conclusione del film, se di una vera e propria conclusione possiamo parlare e il suo stesso senso e quindi il senso della sua poesia. Per un verso l’immagine delle ceneri del corvo, inquadrate in primo piano da Pasolini, forse evocative di quelle di Gramsci, sono in questo senso anche l’immagine-simbolo del martirio: l’intellettuale mangiato dai due sottoproletari si fa martire e la sua vita e il suo impegno acquistano il loro senso in questa fine. Ma per un altro verso questo compimento si configura nello stesso tempo come l’inizio di una nuova storia e di una nuova vita. Perciò l’intellettuale marxista non può che finire mangiato. L’atto del mangiare è nello stesso tempo l’espressione della eterna Fame dei due vagabondi e insieme un rinnovato ma laico rito eucaristico: mangiando il corvo, Totò e Ninetto ne digeriscono e assimilano alcuni essenziali “insegnamenti” impliciti nelle sue parole e diventano almeno un po’ come lui. Dunque la morte come compimento e insieme passaggio ad un “al di là” storico e terrestre. La morte del corvo, ovvero quella di Pasolini acquista non a caso un senso liberatorio che non ha quella di Togliatti nella sequenza dei funerali. Ci si libera della “ideologia” solo assimilandola. “Il cammino è appena iniziato, ma il viaggio è già finito.”, dice il corvo, all’inizio del film. Ma in fondo se un cammino può ancora darsi è proprio perché il viaggio è finito. In realtà ogni “viaggio” è sempre già finito, il suo “fine” dandosi infatti in esso come già predeterminato nel suo inizio, come “compimento” di quest’ultimo. Se allora la morte di Togliatti sembra volerci dire che la storia è finita, quella del corvo ci suggerisce invece che è  finita una certa concezione finalistica della storia, di là dalla quale propria la storia potrà continuare sebbene non verso uno scopo o un fine predeterminato ma verso quel “laggiù” indicato da Totò e che non conosciamo ancora.


Salvatore Tinè

domenica 11 ottobre 2015

Odissea nello spazio


Catania, 3 agosto 2015. All'Argentina rivedo, ma per la prima volta sul grande schermo, "2001 Odissea nello spazio". Mi è capitato di rileggere alcune pagine dell'"Ulisse" di Joyce proprio in questi giorni. Perciò rivedo l'"Odissea" di Kubrick ancora suggestionato da quella dell'irlandese. In fondo, anche il capolavoro di Joyce è un'Odissea nello spazio, lungo l'arco temporale di un giorno immensamente dilatato. Alla fine di una interminabile passeggiata nella sua Dublino, Bloom ritrova il letto di Molly, il cui enorme sedere assurge nel racconto di Joyce a metafora del mondo; alla fine del suo viaggio, "oltre" l'infinito spazio-temporale dell'universo sconosciuto, l'astronauta ritrova invece se stesso, prima invecchiato e poi addirittura sulla soglia della morte, prima di trasformarsi in un gigantesco  bambino cosmico. Dunque due viaggi diversissimi ma accomunati dal loro svolgersi nello spazio piuttosto che nel tempo, ovvero due Odissee in cui l'interiorità della "coscienza", della "soggettività" dei loro rispettivi protagonisti finisce per rendersi indistinguibile dallo "spazio" in cui si svolgono le loro vicende. Come l'"Ulisse" di Joyce, anche l'Odissea di Kubrick problematizza fino a dissolverli i confini tra soggetto e oggetto, come tra natura e tecnica, tra pensiero e sensibilità. L'enigmatico monolito il cui periodico ritorno  lega tra loro gli episodi pur nei vertiginosi salti temporali che li separano, si presenta così come una figura geometrica e astratta, forse prodotta da una intelligenza extra-terrestre e insieme un inquietante totem arcaico. Ma se nel capolavoro di Joyce il racconto si risolveva tutto nell'oggettività del flusso magmatico della vita colta nella pura esteriorità del suo manifestarsi, di là da ogni rigida separazione tra "soggetto" e "oggetto", tra "io" e "mondo", nel film di Kubrick la vicenda narrata si presenta come mera visione, puro spettacolo di immagini e colori, una sorta di "opera d'arte totale" in cui tuttavia il cinema ambisce a farsi pensiero, sguardo assoluto sulla realtà, scienza e arte insieme. Ed è forse proprio questa superiore potenza della visione l'unico senso dell'umano che Kubrick ci restituisce in questo film: gli immensi spazi interstellari, il loro pauroso buio cosmico sono pur sempre inquadrati dentro il campo visivo dello sguardo, ora tranquillo, ora atterrito ma sempre lucido e freddo dell'astronauta Bowman. Dissolti il tempo e la storia umani nell'immobilità dello spazio, la visione di quest'ultimo, sia essa quella di una scimmia antropoide o di un moderno Ulisse perso tra le stelle, racchiude forse ancora la possibilità di un futuro.

Salvatore Tinè

venerdì 9 ottobre 2015

Alice nel paese delle meraviglie.


All'Argentina per "Eyes wide shut". Dopo tanti anni rivedo il film di Kubrick. Una sequenza in particolare mi colpisce: quella in cui Bill piange tra le braccia di Alice, per la prima volta senza la "maschera" che l'ha diviso dalla moglie, di nuovo "nudo" dinanzi a lei nuda come nella prima scena del film, ma questa volta anche nell'anima e non solo nel corpo. Difficile dire se è un pianto liberatorio o soltanto disperato. Ma la carezza quasi materna di Alice e l' amore tenero e triste per il marito che sembra esprimere sono un grande momento di cinema e anche di poesia, in un film pure così "perturbante" e a tratti perfino terribile. Finalmente fuori dall'incubo del suo "paese delle meraviglie", l'Alice di Kubrick conserva ancora qualche tratto "salvifico" della Eleonora beethoveniana del "Fidelio", sebbene non sia stata lei ma un'altra donna già morta a trar fuori il marito dall'incubo da quale ha rischiato di non uscire più. Così, anche se per per vie tortuose e traverse, anche qui, l'amore coniugale finisce per  trionfare come nel finale dell'unica opera lirica di Beethoven  "Ti voglio bene" dice Alice a Bill, quando lei come lui sono finalmente "svegli, usciti, forse perfino indenni, dal "doppio sogno" che li ha divisi. "C'è una sola cosa che dobbiamo fare, subito: scopare" dice Alice nell'ultima battuta del film. Dunque solo da svegli ci si ama; solo da sposati "si scopa".

Salvatore Tinè

mercoledì 29 luglio 2015

Eternità


"Mentre scrivo- leggiamo nella conclusione di "Tonio Kroeger" di Thomas Mann -il mormorio del mare sale fino a me e io chiudo gli occhi. Guardo in un mondo non ancora nato, soltanto abbozzato, che cerca ordine e forma..." Anche nell'episodio de "La spiaggia" dell' "Ulisse" di Joyce davanti al mare di Sandycove, simbolo dell'informità dell'essere, ovvero della sua "proteiforme" natura, Stephen Dedalus, artista come Tonio Kroeger, chiudeva gli occhi e "guardava": in dubbio sulla realtà esterna del mondo, ma  a differenza del suo omologo manniano ansioso di coglierla e afferrarla, di là da ogni sua illusoria, solo superficiale visione, nella concretezza dello spazio e del tempo, "forme" e "ordine" dell'essere."Stephen chiuse gli occhi per sentire le sue scarpe schiacciar scricchiolanti marami e conchiglie. Ci cammini attraverso comunque. Io lo faccio. un passo alla volta. Un brevissimo spazio di tempo attraverso brevissimi tempi di spazio. Cinque, sei: il nacheinander. Esattamente: è questa è l'ineluttabile modalità dell'udibile.""Un mondo non ancora, nato, soltanto abbozzato" e perciò tragicamente privo di ordine e forma, mera "possibilità": questo forse la "sostanza" poetica dell'arte di Mann. come forse tout court, dell'arte come intesa dalla tradizione; il mondo "già nato" perchè mai nato ma eterno, ovvero già dato, duro, impenetrabile ma meravigliosamente, terribilmente presente, spinoziana "sostanza", quello dell'arte di Joyce, unica arte possibile forse dopo la sua hegeliana morte.

lunedì 27 luglio 2015

Medea



Su Rai 5 vedo la Medea di Paolo Magelli. Lo sfondo non è più il Teatro Antico di Siracusa ma il Colosseo. Tuttavia la Medea che vediamo sulla scena è più greca, più "euripidea" che "latina". E' una donna che vive la sua passione d'amore fino all'estremo e che ferita dal tradimento dell'uomo che ha amato e per il quale ha perfino ucciso rivendica i suoi diritti di donna fino a negare tragicamente la parte vitale, "materna" di se stessa. E tuttavia la Medea di Seneca è forse in questo conflitto interno a lei stessa tra la sua sete di vita e di amore e il suo impulso distruttivo e autodistruttivo. Seneca ci mostra l'assassinio dei suoi bambini. La scena in cui vediamo Valentina Banci accarezzare i corpi insanguinati dei suoi figli allude visivamente al nesso inestricabile tra vita e morte che lega il sangue della madre a quello dei figli. Ma non è tanto la ferocia "barbara" insieme autodistruttiva e vendicativa di Medea che si consuma in quella finale esplosione di follia il "tema" centrale di questa reinterpretazione del mito, quanto l'estrema coerenza del suo amore per Giasone, colta in modo particolarmente intenso nella recitazione di Valentina Banci nei suoi momenti più "modernamente" femminili, in cui la violenza della sua passione nulla toglie alla sua fragilità di donna, alla purezza assoluta del suo amore. "Una donna-Ulisse": così Paolo Magelli l'ha definita. E mi pare una splendida definizione. E' Medea in fondo l'anti-Penelope dei mito. Non la donna che aspetta a lui fedele il suo compagno a casa, ma quella che lo affianca nei suoi viaggi sul mare, la compagna delle sue avventure. Forse un altro ideale di fedeltà, oltre che un' altra idea di donna e di moglie. Ma Giasone è forse l'incarnazione della maschile insostenibilità di tale ideale. La sua fragilità, un tratto della "vittima" di Medea su cui Magelli ha insistito fortemente, è forse un aspetto di questa insostenibilità. Nel finale lo vediamo inginocchiarsi impotente a Medea mentre assiste alla morte dei suoi figli. Paga così atrocemente la sua colpa, il non essersi mostrato all'altezza della fedeltà assoluta che la compagna tradita ha preteso da lui, all'altezza del suo amore nudo e scabro come la sabbia della spiaggia deserta in cui si svolge il finale. Un deserto in cui perfino il sangue sui corpi dei bambini morti si fa immagine di vita e di amore.

Salvatore Tinè

lunedì 13 luglio 2015

Leninismo o socialdemocrazia?


Appena qualche giorno fa, Massimo Cacciari pateticamente, ridicolmente sosteneva che che destra e sinistra sono categorie ormai vecchie. Il filosofo che pure è solito darci sempre lezioni di "realismo politico", di critica ad ogni utopia "ineffettuale", sogna ancora, pateticamente, una Ue non dominata dalla Germania e rispettosa della libertà dei popoli. Ma la realtà della vera e propria "tragedia greca" cui stiamo assistendo è che le categorie di destra e sinistra sono "tragicamente" attuali!!! La destra è quell'insieme di forze che difende il potere sempre più arrogante, brutale, apertamente dittatoriale, del grande capitale finanziario, delle banche, dei grandi monopoli, di quell'intreccio che Lenin definiva un "meccanismo unico", mentre la sinistra è quel complesso di forze che si batte per difendere contro quel potere la democrazia perfino quella formale, "borghese", e i diritti dei lavoratori e dei popoli oppressi. Ma senza una prospettiva di cambiamento radicale di questa società, ovvero di rottura di quel potere, quali possibilità concrete hanno le forze della sinistra di prevalere, fermando quella "tendenza alla reazione", per dirla ancora con Lenin, che è connaturata al dominio del capitale finanziario? Insomma: leninismo o socialdemocrazia? "That's the question", direbbe Amleto, uno che di tragedie se ne intendeva.

Salvatore Tinè