venerdì 19 settembre 2014

Internazionalismo e questione nazionale nel pensiero di Gramsci


Internazionalismo e questione nazionale nel pensiero di Gramsci.
Quello del rapporto tra internazionalismo e questione nazionale è uno dei temi fondamentali del pensiero gramsciano in tutto l’arco della sua evoluzione. Già in alcuni articoli del 1918, il giovane Gramsci sottolineava la permanente vocazione cosmopolitica del sistema di produzione capitalistica. Una vocazione  che gli appariva particolarmente evidente nei settori più avanzati del capitalismo mondiale, ovvero nei grandi gruppi industriali e finanziari inglesi e americani. Sono questi gruppi infatti a sostenere, secondo Gramsci, il disegno wilsoniano di un nuovo ordine mondiale fondato insieme sul principio della libertà e dell’indipendenza dei popoli  e delle nazioni e su quello della libertà degli scambi internazionali. Libero da ogni residuo di particolarismo feudale così come dalle varie forme di statalismo e di protezionismo burocratico e corporativo, caratteristiche dei grandi paesi dell’Europa continentale, il modello capitalistico anglosassone si presenta come l’espressione più matura della logica internazionalistica e liberoscambista propria della moderna economia borghese. Scrive Gramsci in un articolo intitolato La Lega della Nazioni, pubblicato su Il Grido del popolo, il 19 gennaio 1918.
L’economia borghese ha così suscitato le grandi nazioni moderne. Nei paesi anglosassoni è andata oltre: all’interno la pratica liberale ha creato meravigliose individualità, energie sicure, agguerrite alla lotta e alla concorrenza, ha discentrati gli Stati, li ha sburocratizzati: la produzione, non insidiata continuamente da forze non economiche, si è sviluppata con un respiro d’ampiezza mondiale, ha rovesciato sui mercati mondiali cumuli di merce e di ricchezza. Continua ad operare; si sente soffocata dalla sopravvivenza del protezionismo in molti dei mercati europei e del mondo.[1]
Di qui l’interesse della “borghesia liberista anglosassone” al superamento delle divisioni nazionali  e dei contrasti politici e militari tra i vari stati in cui pure continuava ad articolarsi la struttura della politica e dell’economia mondiali.
Rappresenta, la Lega delle Nazioni, un superamento del periodo storico delle alleanze e degli accordi militari: rappresenta un conguagliamento della politica con l’economia, una saldatura delle classi borghesi nazionali in ciò che le affratella al di sopra delle differenziazioni politiche: l’interesse economico. Ecco perché l’ideologia si è affermata vittoriosamente nei due grandi Stati anglosassoni, liberisti e liberali.[2]
Si comprende allora la dura polemica del giovane Gramsci contro il “nazionalismo”: quest’ultimo rappresenta infatti per il pensatore sardo un fenomeno ideologico e politico caratteristico di borghesie deboli e arretrate ovvero di piccole borghesie retrive e reazionarie.
La classe borghese, sul piano economico, è internazionale; deve, necessariamente, saldarsi, attraverso le differenziazioni nazionali; la sua dottrina di classe è il liberalismo in politica e il liberismo in economia. [...] Il nazionalismo, come dottrina politica e come dottrina economica, si restringe necessariamente agli interessi di categorie singole di produttori, sceglie, nella classe, i nuclei già formati e consolidati, e tenta perpetuarne il dominio e il privilegio.[3]
Lo stesso processo di genesi e di formazione delle grandi nazioni europee aveva  rappresentato la prima grande manifestazione della tendenza propria del mondo moderno ad assumere  forme di organizzazione economica e politica sempre più larghe ed espansive, sia di tipo nazionale che sovra-nazionale. Una tendenza destinata a culminare nel superamento delle divisioni nazionali e della stessa forma politica dello Stato-nazione. In tal senso, di contro ad ogni visione statica o “sovra-storica” delle realtà delle nazioni, Gramsci sottolineava con grande forza la transitorietà ovvero la “storicità” di queste ultime.
[la nazione] non è alcunché di stabile e di definitivo, ma è solo un momento dell’organizzazione economico-politica degli uomini. [...] Essa si è allargata dal Comune artigiano allo Stato nazionale, dal feudo nobilesco allo Stato nazionale borghese. […] Tende ad allargarsi maggiormente, perché le libertà ed autonomie realizzate finora non bastano più, tende a organizzazioni più vaste e comprensive: la Lega delle Nazioni borghesi, l’Internazionale proletaria.[4]
Al progetto di un nuovo ordine nazionale garantito dalla Lega delle Nazioni,  il giovane Gramsci ancora legato alla tradizione liberale e liberista che tanto aveva influenzato la sua formazione intellettuale e politica, guarda con evidente simpatia.[5] Non a caso egli sottolinea l'autorità e il prestigio che la figura di Wilson riscuote tra "i socialisti e il proletariato organizzato"[6]. "La concezione del mondo implicita nei messaggi del presidente americano e nel progetto della Lega delle Nazioni" coincide per Gramsci con "quella presupposta dalla dottrina marxista per l'avvento dell'Internazionale socialista"[7]. La concezione internazionalistica della rivoluzione operaia era scaturita infatti dall'elaborazione critica della tradizione economica pacifista e liberoscambista che Cobden aveva predicato in tutta Europa. In continuità con tale tradizione il disegno di pace di Wilson preparava così oggettivamente il terreno storico all'avvento dell'internazionalismo operaio. Tuttavia le prospettive di realizzazione della strategia del presidente americano apparivano a Gramsci strettamente legate ai destini del nuovo stato sorto dalla Rivoluzione d'Ottobre,  nel quale Gramsci individuava il primo e più potente motore del processo di ricostruzione di una nuova unità mondiale.
L'avvenire delle nazioni e dei popoli dovrà ai massimalisti russi le maggiori garanzie di pace che certamente saranno assicurate. [...] Il programma di Wilson, la pace delle nazioni, si avvererà solo per il sacrifizio della Russia, per il matrimonio della Russia. [...] Wilson lo ha sentito,  e ha reso omaggio a quelli che pure sono anche i suoi avversari.[8]
La realizzazione del disegno wilsoniano avrebbe infatti condotto il processo di unificazione mondiale al suo compimento, sia pure dentro i limiti invalicabili della produzione capitalistica, ponendo così le basi di una nuova struttura del mondo, non più centrata sul tradizionale sistema westfaliano dell'equilibrio  degli stati, ma sulla formazione attorno alla Società delle Nazioni di una sorta di super-stato di tipo cosmopolitico, anche se ad egemonia anglosassone o americana. In tal senso un'economia sempre più internazionalizzata avrebbe avuto la possibilità di adeguare alle sue esigenze di crescita su scala mondiale le stesse forme istituzionali del governo e della politica trascendendone i tradizionali confini nazionali. In continuità con tale motivo della sua riflessione giovanile, nei Quaderni Gramsci individuerà proprio nella contraddizione tra il "cosmopolitismo dell'economia" e il "nazionalismo della politica" una delle cause fondamentali della crisi generale del mondo capitalistico. La società capitalistica sarebbe entrata in una fase del suo sviluppo caratterizzata dal pieno dispiegamento dell'individualismo proprietario e dal conseguente declino storico dello Stato-nazione.
Noi crediamo che dei fatti politici di straordinaria grandezza siano in maturazione e crediamo che la discussione del problema dei superstati ne sia appunto il sintomo esteriore. In seno a tutte le singole nazioni del mondo esistono energie capitalistiche che hanno interessi permanentemente solidali tra loro: queste energie vorrebbero assicurarsi garanzie permanenti di pace, per svilupparsi ed espandersi. Esse cercano di rivelarsi e cercano di organizzarsi internazionalmente: la Società delle Nazioni è l'ideologia che fiorisce su questa solida base economica [...] La legge intrinseca del regime opera necessariamente e implacabilmente e porta al costituirsi di questi mastodontici organismi economico-politici.[9]
Gli imperi inglese e americano appaiono agli occhi di Gramsci come l'espressione di "una forma nuova di società" capace in virtù del suo dinamismo e della sua modernità economica di avviare a soluzione perfino i contrasti e le divisioni nazionali. Interessante a tal proposito è quanto scrive Gramsci a proposito del "problema delle nazionalità" nell'ambito dell'impero inglese.
Gli inglesi hanno incominciato ad attuare nel loro impero la forma nuova di società, trasformando il territorio dei loro domini in una colossale federazione di nazioni -poichè le colonie inglesi sono ormai diventate delle vere nazioni, a sviluppo economico notevole, e tra gli indigeni sono sorte le classi sociali, e la borghesia indigena sente di essere unita da vincoli di solidarietà con la borghesia della madre-patria. Gli inglesi hanno risolto il problema delle nazionalità, hanno cercato con la federazione di evitare la secessione, di veder sfasciarsi la formidabile concentrazione di capitali che rappresenta l'Impero britannico.[10]
Evidente appare la trasfigurazione dei rapporti di dipendenza economica e politica tra l'imperialismo inglese e i popoli coloniali ad esso soggetti e la sottovalutazione della "questione coloniale". Anche l'assoggettamento delle nazioni capitalisticamente più arretrate ad una possibile "federazione" degli imperi globale e americano appare a Gramsci come una prospettiva non solo probabile ma perfino auspicabile. Sono particolarmente le "nazioni latine" ovvero l'Italia e la Francia ad apparirgli meno avanzate dell'Inghilterra e degli Stati Uniti sul piano dell'evoluzione economica come su quello dello sviluppo politico: perciò esse sono inevitabilmente costrette "a diventare satelliti della nuova formidabile forza storica che si sta costituendo". Ma anche la Germania e l'Austria non avrebbero potuto che soccombere all'immensa forza egemonica del mondo anglosassone. Solo dentro un tale scenario, caratterizzato dall'ingresso nel mercato mondiale degli stati più deboli e arretrati anche a scapito della loro stessa autonomia e indipendenza nazionale, appare a Gramsci possibile uno sviluppo pacifico del quadro mondiale.
E la pace? Forse sarà assicurata proprio da questo costituirsi di una immane potenza, contro cui ogni altra sarebbe debole e si frangerebbe nel cozzo. La necessità di vita costringerà i minori Stati a rinunziare alla loro assoluta indipendenza per resistere alla libera concorrenza scatenata su così vasta base.  La pace sarà data dal predominio, - ottenuto per sviluppo spontaneo di potenza economica - del mondo anglosassone: anche la Mitteleuropa dovrà piegar il capo ed assoggettarsi.[11]
 E' soprattutto nell'internazionalismo di Wilson che la immane "potenza economica" del mondo anglosassone trova la sua più chiara espressione politica e ideologica: Gramsci ne esalta il significato progressivo dell'internazionalismo wilsoniano: in aspra polemica con i cattolici italiani ne sottolinea insieme la matrice calvinista e il carattere moderno, diametralmente contrapposto al "cosmopolitismo" della Chiesa romana, di natura "gerarchica" e "feudale". L'internazionalismo di Wilson si presenta, agli occhi di Gramsci una delle più straordinarie manifestazioni del dinamismo economico e della modernità culturale prima ancora che politica del capitalismo americano. Il tema dell'"americanismo" destinato com'è noto a tornare nella più matura riflessione dei Quaderni, è in tal senso uno degli aspetti fondamentali della concezione dell'internazionalismo propria del giovane Gramsci.[12]
Per una predicazione simile a quella del presidente Wilson, il papa è stato privato del potere temporale e i sudditi si sono ribellati alla sua autorità teocratica: l'ideologia wilsoniana della Società delle Nazioni  è l'ideologia propria del capitalismo moderno, che vuole liberare l'individuo da ogni ceppo autoritatio collettivo dipendente da struttura economiche precapitalistiche, per instaurare la cosmopoli borghese in funzione di una più sfrenata gara all'arricchimento individuale, possibile solo con la caduta dei monopoli nazionali dei mercati del mondo: l'ideologia wilsoniana è anticattolica, è antigerarchica, è la rivoluzione capitalistica demoniaca che il papa ha sempre esorcizzato, senza riuscire a difendere contro di essa il patrimonio tradizionale economico e politico del cattolicismo feudale.[13]
Convinto che il comunismo altro non sia che l'effettivo compimento della modernità, Gramsci tende in questra fase del suo pensiero ad accentuare fortemente gli elementi di continuità della rivoluzione bolscevica con i principi liberali, soprattutto nella loro versione anglo-sassone, piuttosto che quelli di conflitto o di rottura. Come è stato opportunamente notato egli "sembra sottovalutare l'asprezza dello scontro già in atto tra Russia sovietica e movimento comunista da un lato e Occidente capitalista, compresa la sua componente liberale, dall'altro"[14]. Non sfuggiranno tuttavia a Gramsci il carattere pur sempre imperialista della nascente egemonia statunitense e le modalità in cui essa viene manifestandosi in un quadro internazionale, certo tutt'altro tutt'altro che pacificato. Soprattutto a partire dagli scritti del 1919, la sua attenzione viene sempre più concentrandosi sui caratteri monopolistici e imperialistici del capitalismo anglo-americano di cui cure aveva in passato teso ad evidenziare come si è visto le tendenze liberali e liberoscambiste. Il nuovo quadro delle contraddizioni inter-imperialistiche che viene via via delineandosi insieme ai fallimenti delle varie ipotesi di riorganizzazione pacifica della struttura del mondo inducono Gramsci, in alcuni articoli del 1919, a denunciare in termini in termini netti il carattere astratto e utopistico dell'ideologia liberoscambista: quest'ultima gli appare adesso del tutto inadeguata a comprendere la reale struttura dei rappporti internazionali caratteristica dell'epoca del capitalismo monopolitistico e imperialistico. L'unificazione capitalistica del mondo si è effettivamente realizzata ma solo attraverso il brutale assoggettamento degli stati capitalisti più deboli ad una ristretta oligarchia industriale e finanziaria  composta dai grandi gruppi monopolistici inglesi e americani. L'unificazione capitalistica lungi dal configurarsi come l'avvento di una pacifica struttura del mondo all'insegna dell'unità e dell'interdipendenza tra le nazioni è in realtà la conseguenza di un profondo riassetto delle gerarchie del potere mondiale e di una nuova divisione internazionale del lavoro immediatamente funzionale agli interessi dell'imperialismo anglo-americano. Scrive in un articolo su L'Ordine nuovo, del 15 maggio 1919:
Il mito della guerra - l'unità del mondo nella Società delle Nazioni - si è realizzato nei modi e nella forma che poteva realizzarsi in regime di proprietà privata e nazionale: nel monopolio del globo esercitato e sfruttato dagli anglosassoni. La vita economica e politica degli Stati è controllata strettamente dal capitalismo angloamericano. [...] Lo Stato nazionale è morto, diventando una sfera di influenza, un monopolio in mano a stranieri. Il mondo è "unificato" nel senso che si è creata una gerarchia mondiale che tutto il mondo disciplina e controlla autoritariamente; è avvenuta la concentrazione massima della proprietà privata, tutto il mondo è un trust in mano di qualche decina di banchieri, armatori e industriali anglosassoni.[15]
Viene così emergendo in Gramsci una più matura percezione del ruolo fondamentale degli stati nazionali e in particolare degli stati politicamente e militarmente più forti nei processi di internazionalizzazione dell'economia capitalistica. Imperialismo e "libero scambio" non appaiono più incompatibili ove il loro nesso venga colto nella concreta dialettica storica della società borghese. Gramsci sottolinea come anche nell'ambito delle relazioni internazionali e non solo nella sfera interna della vita dei singoli stati, il rapporto tra economia e politica sia sempre stato un rapporto storicamente complesso e contraddittorio. Nonostante il carattere in linea di principio antistatalista e antiinterventista dell'ideologia liberale la concorrenza non avviene certo in modo pacifico, non potendo non svolgersi nell'epoca del capitalismo monopolistico nella forma della lotta violenta e della guerra tra gli stati.  La formazione di una economia mondiale rafforza e non diminuisce la funzione dello stato nazionale nella  concorrenza internazionale tra i grandi gruppi monopolistici. Non sfugge a Gramsci il contrasto tra l'"ideologia" liberale e la "realtà" dell'imperialismo: se è vero che l'ideologia cosmopolitica del libero scambio ha storicamente costituito una delle fonti originali del marxismo e del  carattere eminentemente internazionale del suo disegno di emancipazione, è anche vero che la dottrina di Marx è scaturita da una critica profonda e quindi da un superamento di quanto di astratto e di "utopistico" quell'ideologia conteneva.
Tutta la tradizione liberale è contro lo Stato. [...] La concorrenza è la nemica più accerrima dello stato. La stessa idea dell'Internazionale è di origine liberale; Marx la assunse dalla scuola di Cobden e dalla propaganda per il libero scambio, ma criticamente. I liberali sono impotenti a realizzare la pace e l'Internazionale, perchè la proprietà privata e nazionale genera scissioni, confini, guerre, Stati nazionali in conflitto permanente tra di loro.[16]
L'imperialismo e la guerra mettono a nudo la reale natura e gli insuperabili limiti storici dell'internazionalismo capitalistico anche nelle sue forme più "moderne" e avanzate. Crisi dello stato-nazione e suo rafforzamento e allargamento coesistono per Gramsci in un indissolubile nesso dialettico: la tematica, che sarà fondamentale nella riflessione dei Quaderni, dell'allargamento delle funzioni dello stato nazionale come tratto fondamentale dell'evoluzione della politica borghese nell'epoca dell'imperialismo, è già un tema ricorrente nel pensiero di Gramsci negli anni 1918-20. Ma è proprio la crisi del capitalismo mondiale ad assegnare alle classi operaie dei paesi capitalistici una precisa funzione nazionale. Particolarmente significativo a tal proposito è un articolo pubblicato su L'Avanti il 18 luglio 1919, dal titolo Italiani e cinesi,  dove Gramsci si sofferma sulla collocazione subordinata dell'Italia nell'ambito della divisione internazionale del lavoro. Una collocazione che, dice Gramsci, ha fatto degli italiani "un popolo di cinesi".
L'Italia è diventata un mercato di sfruttamento coloniale, una sfera di influenza,  un dominion, una terra di capitolazioni, tutto fuorchè uno stato indipendente e sovrano. [...] Quanto più la classe dirigente ha precipitato in basso la nazione italiana, tanto più aspro sacrificio deve sostenere il proletariato per ricreare alla nazione una personalità storica indipendente.[17]
Ma la condizione dell'Italia è comune al complesso delle  nazioni e degli stati sottoposti sia economicamente che politicamente,  allo strapotere dell'imperialismo britannico. Perciò attraverso la sua iniziativa rivoluzionaria, il proletariato,  dice Gramsci, "entra nel gioco della politica mondiale, per fini e con preoccupazioni mondiali", con effetti che "peseranno nella fortuna di tutti i popoli del mondo, di tutti i popoli oppressi che aspettano quella liberazione che la guerra 'democratica' non poteva dare"[18]. Le istanze e rivendicazioni politiche nazionali ancora vive nei paesi europei all'indomani della prima guerra mondiale, in quelli usciti formalmente "vincitori" come in quelli vinti si uniscono in tal modo alle lotte e ai movimenti di emancipazione anti-imperialista dei popolo coloniali. Lo scontro su scala mondiale tra Lenin e Churchill ovvero tra l'impero inglese e l'emergente potenza sovietica è in larga parte in larga parte scandito da questo nuovo intreccio tra "questione nazionale" e "questione coloniale". La lotta per l'indipendenza nazionale da parte di tutti i popoli oppressi è un momento della lotta di classe del proletariato mondiale. Classe e nazione non sono per Gramsci ove siano colte nella loro storicità concreta due categorie contrapposte o incompatibili tra loro: anzi solo la lotta di classe è in grado di conferire un contenuto storico concreto alla stessa lotta nazionale.
Egiziani, indiani, cinesi, irlandesi, come complesso nazionale, tutti i popoli del mondo, come proletariato, vedono nel duello Lenin-Churchill la lotta tra la forza che li tiene soggetti e la forza che può creare le condizioni della loro autonomia. La nazione italiana, come proletariato,  ha dunque ripreso la tradizione mazziniana dandole una sostanza storica e una forma concreta nella lotta di classe.[19]
E' in relazione con tale acquisizione teorica della centralità della questione nazionale che viene maturando in Gramsci la consapevolezza del carattere complesso e contraddittorio del processo di transizione dal capitalismo al comunismo. Lungi dal comportare un rapido dissolvimento di tutti gli stati nazionali e di ogni divisione nazionale in una superiore unità mondiale, tale processo non potrà per Gramsci che prendere le mosse dal rafforzamento insieme politico e militare dello stato sovietico ovvero dalla sua affermazione come nuova "potenza mondiale" nel sistema egemonico e di dominio dei maggiori stati capitalistici. E' una consapevolezza che affiora particolarmente in  un articolo dell'agosto 1920 intitolato La Russia potenza mondiale. Nella misura in cui ha impedito che si realizzasse il disegno di una unficazione capitalistica del mondo perseguito dalla borghesia monopolitistica anglo-americana, la Russia dei Soviet ha finito per rimettere al centro della dialettica della storia mondiale la lotta per l'egemonia tra i vari stati nazionali: una lotta che continuerà a scandire la dialettica della storia mondiale e lo stesso processo della rivoluzione internazionale.
La Russia dei Soviet acquistando la posizione di grande potenza ha infranto il sistema egemonico,  ha riportato il principio della lotta tra gli stati, ha imposto su una scala mondiale, in una forma assolutamente impreveduta per il pensiero socialista,  la lotta dell'Internazionale operaia contro il capitalismo.[20]
Per Gramsci, del resto, neanche dopo la rivoluzione internazionale si può dire che si estingueranno gli stati nazionali. Anche il sistema politico del comunismo internazionale si sarebbe perciò necessariamente articolato per Gramsci in una molteplicità di stati socialisti nazionali distinti fra loro e relativamente autonomia per quanto non divisi da interessi antagonistici.
Il comunismo sarà solo quando e in quanto sarà internazionale. In tal senso il movimento socialista e proletario è contro lo Stato, perché è contro gli Stati nazionali capitalistici,  perché è contro le economie nazionali, che hanno la loro sorgente di vita e traggono forma dallo Stato nazionale. Ma se nell'Internazionale comunista verranno soppressi gli Stati nazionali, non verrà soppresso lo Stato, inteso come "forma" concreta della società umana. [...] L'idea socialista è rimasta un mito, un'evanescente chimera, un mero arbitrio della fantasia individuale,  fin quando non si è incarnato  nel movimento socialista e proletario, nelle istituzioni di difesa e di offesa del proletariato organizzato: [...] da esse ha generato lo Stato socialista nazionale,  disposto e organizzato in modo da essere capace di ingranarsi con gli altri Stati socialisti: condizionato anzi in modo tale da essere capace di vivere e di svilupparsi solo in quanto aderisca agli altri Stati socialisti per realizzare l'Internazionale comunista nella quale ogni Stato, ogni istituzione, ogni individuo troverà la sua pienezza di vita e di libertà.[21]
La critica ad ogni visione puramente utopistica dell'internazionalismo contenuta in nuce in questo testo giovanile, è destinata come è noto nella più matura riflessione dei Quaderni. E' qui uno dei tratti essenziali del leninismo di Gramsci, il quale prende le mosse dalla rivendicazione leniniana dell'attualità della questione nazionale nell'epoca dell'imperialismo. Lo sforzo di definire in termini storicamente e politicamente concreti il rapporto tra la dimensione sempre più internazionale della lotta rivoluzionaria per la democrazia e il socialismo da un lato e dall'altro l'articolazione nazionale del movimento operaio, in Occidente come in Oriente, aveva com'è noto scandito la ricerca teorica e l'azione politica di Lenin durante il periodo immediatamente precendente la Rivoluzione d'ottobre. Fondamentali in particolare alcuni scritti sulla questione nazionale degli anni 1915-16. In essi il rivoluzionario russo aveva evidenziato la dinamica complessa e contraddittoria dei processi di internazionalizzazione, i quali stavano generando non a caso nuovi e dirompenti conflitti nazionali particolarmente nei paesi coloniali soggetti al dominio delle grandi potenze imperialistiche: l'imperialismo e i processi di "crisi generale" del capitalismo avevano secondo Lenin modificato profondamente il nesso tra nazionale e internazionale, rendendo molto più intrecciato e complesso il loro rapporto ma non avevano per questo reso storicamente obsoleta la questione nazionale.
Già in un articolo del 1913 Lenin aveva affermato:
Il capitalismo conosce due tendenze storiche nella questione nazionale. La prima è il ridestarsi di una vita e di movimenti nazionali, la lotta contro ogni oppressione nazionale, la creazione di stati nazionali. La seconda consiste nello sviluppo e nella intensificazione di ogni specie di rapporti tra le nazioni, nella distruzione delle barriere nazionali, nella creazione dell'unità internazionale del capitale, della vita economica in generale, della politica, della scienza. Queste due tendenze sono una legge generale del capitalismo. La prima prevale all'inizio del suo sviluppo, la seconda caratterizza il capitalismo maturo, che si avvia alla trasformazione in società socialista.[22]
E' in stretta relazione a questa impostazione teorica destinata come è noto a segnare il dibattito della III Internazionale negli anni '20 e '30 sulla questione nazionale e su quella coloniale, che si muoverà la riflessione di Gramsci sui temi del rapporto nazionale-internazionale, soprattutto a partire dagli anni 1922-23. Nei Quaderni la riflessione sul tema dell'internazionalismo e sul suo rapporto con il terreno nazionale si collegherà strettamente con quella sulle ragioni della sconfitta della rivoluzione in Occidente e sulle prospettive nuove che il processo di costruzione del "socialismo in un solo paese" apre all'insieme del movimento rivoluzionario mondiale. Ed è ancora la concezione leniniana del nesso tra nazionale e internazionale ad esser fatta propria da Gramsci in carcere: nei Quaderni, egli sottolineerà la natura insieme profondamente nazionale e profondamente europea della concezione leniniana della rivoluzione mondiale, contrapponendola alla concezione trockista della rivoluzione in permanenza: l'astratto "cosmopolitismo" di Trocki appare a Gramsci solo "superficialmente nazionale e superficialmente occidentalista o europeo"[23]. Tramontata l'ipotesi di una rapida accelerazione del processo rivoluzionario su scala mondiale per effetto della spinta propulsiva della Rivoluzione d'ottobre e degli stessi processi di internazionalizzazione economica del mondo capitalista, il movimento comunista si avviava ad affrontare una lunga e difficile fase di "guerra di posizione", dagli esiti certo allora non prevedibili. Gramsci comprese molto presto che tale "guerra di posizione" avrebbe obbligato i partiti comunisti a ricercare un più profondo radicamento nei loro rispettivi "terreni nazionali". In un nuovo e inedito quadro mondiale segnato da imponenti processi di riorganizzazione sociale e politica del mondo capitalistico ma anche dal rafforzamento dell'Unione sovietica e dal processo di costruzione del "socialismo in uno solo paese", il terreno nazionale era destinato a diventare ancor più che in passato quello più importante e decisivo per vincere la lotta per l'egemonia. Di qui l'affemazione del carattere insieme "nazionale" e"popolare" del "blocco storico" che i comunisti avrebbere dovuto tendere a costruire e a dirigere.
Il processo di unificazione integrale del "genere umano" sarà necessariamente graduale e di lungo periodo, corrispondentemente allo stesso carattere ineguale dello sviluppo del capitalismo su scala mondiale; non potendo coinvolgere simultaneamente tutti gli stati e le nazioni esso si svolgerà necessariamente secondo una molteplicità di fasi successive "in cui le combinazioni regionali (di gruppi di nazioni) possono essere varie".
Una classe di carattere internazionale in quanto guida strati sociali strettamente nazionali (intellettuali) e anzi spesso meno ancora che nazionali, particolari e municipalisti (i contadini), deve "nazionalizzarsi", in un certo senso, e questo senso non è d'altronde molto stretto, perchè prima che si formino le condizioni di una economia secondo un piano mondiale, è necessario attraversare fasi molteplici in cui le combinazioni regionali (di gruppi di nazione) possono esser varie.[24]
Dunque la "rivoluzione mondiale" non potrà svolgersi che, gradualmente "a tappe": la costruzione del socialismo in Urss e il consolidamento della potenza sovietica in una condizione di isolamento  e di accerchiamento capitalistico costituiscono una condizione fondamentale del processo rivoluzionario su scala globale, almeno "prima che si formino le condizioni di una economia secondo un piano mondiale". La concezione staliniana della "rivoluzione mondiale" appare in questo senso come quella più legata alla concezione leniniana del nesso tra "nazionale" e "internazionale". Nello stesso tempo essa si presenta come  l'unica visione politicamente realistica del processo rivoluzionario mondiale, laddove completamente ineffettuale sembra Gramsci la "teoria generale della rivoluzione permanente", ovvero la concezione trockiana della "rivoluzione internazionale", definita come nient'altro che "una previsione generica presentata come un dogma e che si distrugge da sé, per il fatto che non si manifesta effettualmente".[25] La strategia del "socialismo in un solo paese" non andava, dunque, interpretata come una mera chiusura nazionalistica dell'esperienza sovietica tale da determinare un indebolimento o una crisi della sua capacità di espansione mondiale. Non a caso, nella stessa celebre lettera del '26 all'Ufficio politico del partito russo, nella quale, pure,  si paventava il rischio di una chiusura in sé dell'Urss e quindi di una crisi della sua funzione mondiale, Gramsci aveva ribadito con forza la sua adesione alla strategia del "socialismo in un solo paese"[26]. Di qui, nei Quaderni del carcere, la sua interpretazione di tale strategia come una politica che andava posta in assoluta continuità con un tratto essenziale della storia precedente del bolscevismo, ovvero la sua capacità di radicarsi profondamente  nello specifico terreno nazionale russo e insieme di guidare una esperienza  rivoluzionaria di straordinaria portata mondiale.
Se si studia lo sforzo dal 1902 al 1917 da parte dei maggioritari si vede la sua originalità nel depurare l'internazionalismo di ogni elemento vago e puramente ideologico (in senso deteriore) per dargli un contenuto di politica realistica.[27]
Ma, nonostante l'accento sulla centralità della questione nazionale, Gramsci non si stanca di sottolineare la necessità di non smarrire il carattere internazionale della prospettiva rivoluzionaria.
Certo lo sviluppo è verso l'internazionalismo, ma il punto di partenza è "nazionale" ed è da questo punto di partenza che occorre prender le mosse. Ma la prospettiva è internazionale e non può essere che tale. Occorre pertanto studiare esattamente la combinazione di forze nazionali che la classe internazionale dovrà dirigere e sviluppare secondo la prospettiva e le direttive internazionali.[28]
 Come si vede, l'accento posto da Gramsci sul carattere internazionale della prospettiva dello sviluppo storico non è meno forte di quello posto sulla sua dimensione nazionale. Per quanto fondamentale e imprenscindibile, la dimensione nazionale della politica non deve essere considerato un dato permanente o storicamente intrascendibile: Gramsci sottolinea anzi come la natura sempre più internazionale dei processi economici sia già di fatto strutturalmente contraddittoria con il mantenimento di rigidi confini nazionali tra gli stati e le economie dei vari paesi. Tali processi non avrebbero tuttavia comportato per il pensatore sardo una immediata estinzione del ruolo degli stati nazionali.
Una delle contraddizioni fondamentali è questa: che mentre la vita economica ha come premessa necessaria l'internazionalismo o meglio il cosmopolitismo,  la vita statale si è sempre più sviluppata nel senso del "nazionalismo", "del bastare a se stessi" ecc. Uno dei caratteri più appariscenti della "attuale crisi" è niente altro che l'esasperazione dell'elemento nazionalistico (statale nazionalistico) nell'economia.[29]
Ancora una volta non sfugge, dunque, a Gramsci il carattere contraddittorio dei processi di internazionalizzazione e di unificazione mondiale: proprio la crisi del capitalismo globale esaspera la contraddizione tra la dimensione espansiva del modo di produzione borghese ovvero la sua tendenza al superamento delle barriere nazionali da un lato e dall'altro la tendenza delle maggiori economie capitalistiche ad adottare politiche autarchiche e protezionistiche. Una tendenza particolarmente forte proprio proprio nelle fasi di acuta crisi capitalistica. Non v'è dubbio che Gramsci colga con esattezza un aspetto fondamentale della crisi del capitalismo negli anni '30: alla fine di quel decennio la chiusura dei maggiori stati capitalistici dentro i confini dei loro rispettivi imperi avrebbe di fatto determinato la fine del mercato mondiale e posto così le condizioni per lo scoppio della guerra. Tuttavia, in continuità con alcunti motivi della sua riflessione giovanile, Gramsci non manca di sottolineare la rilevanza delle tendenze all'internazionalizzazione, sottolinenando in particolare l'esistenza in Europa di forti tendenze favorevoli o interessate alla formazione di un'unione continentale, sia a livello della struttura economica che nelle sfere della vita intellettuale e politica. Gramsci non sottovaluta tali tendenze e il loro ancoraggio a forze sociali ed economiche effettivamente operanti e non esclude che, anche se in un arco di tempo presumibilmente molto lungo, esse possano realizzarsi,  prefigurando così uno scenario molto vicino alla realtà dell'Europa di oggi.
Esiste oggi una coscienza culturale europea ed esiste una serie di manifestazioni di intellettuali e uomini politici che sostengono la necessità di una unione europea: si può anche dire che il processo storico tende a questa unione e che esistono molte forze materiali che solo in questa unione potranno svilupparsi: se fra x anni questa unione sarà realizzata la parola "nazionalismo" avrà lo stesso valore archeologico che l'attuale "municipalismo".[30]
In polemica con ogni forma di nazionalismo, Gramsci procede a recuperare perfino il valore positivo della vocazione cosmopolitica della nazione italiana. Se il tradizionale cosmopolitismo italiano ha svolto in passato una funzione storica negativa, nella misura in cui ha ostacolato e ritardato il processo di formazione in Italia di uno stato nazionale unitario, ciò non toglie che esso possa svolgere, nel contesto di un'economia mondiale sempre più integrata, una funzione positiva, innestandosi nei grandi fenomeni di emigrazione delle classi lavoratrici italiane. Proprio lo sfruttamento capitalistico cui queste ultime sono state soggette nei paesi economicamente più avanzati e che è stato un fattore importante dello sviluppo economico e produttivo su scala mondiale aveva finito per consolidare nel popolo italiano la sua "vocazione cosmopolitica".[31] Di qui l'interesse anche nazionale dell'Italia alla definizione di nuove forme di integrazione economica internazionale, non più fondate sullo sfruttamento imperialistico delle risorse e della forza-lavoro dei paesi economicamente più deboli ma su politiche di cooperazione e di collaborazione economica tra tutti i popoli e le nazioni.
Il popolo italiano è quel popolo che "nazionalmente" è più interessato a una moderna forma di cosmopolitismo, non solo l'operaio, ma il contadino e specialmente il contadino meridionale. Collaborare a ricostruire il mondo economicamente in modo unitario è nella tradizione del popolo italiano e della storia italiana, non per dominarlo egemonicamente e appropriarsi il frutto del lavoro altrui, ma per esistere e svilupparsi appunto come popolo italiano: si può dire che Cesare è all'origine di questa tradizione... La "missione" del popolo italiano è nella ripresa del cosmopolitismo romano e medioevale, ma nella sua forma più moderna e avanzata.[32]
Nella produzione e nel lavoro Gramsci individua le basi di una nuova civiltà globale, profondamente diversa e alternativa sia all'unificazione di tipo solo "finanziario-capitalistico" già in atto, che alle tradizionali forme "imperiali" di "cosmopolitismo". Insomma la vera, effettiva "globalizzazione" del mondo per Gramsci non potrà essere che quella della produzione e del lavoro socializzato su scala mondiale.
L'espansione italiana può essere solo dell'uomo-lavoro e l'intellettuale che rappresenta che rappresenta l'uomo-lavoro non è quello tradizionale, gonfio di retorica e di ricordi cartacei del passato. Il cosmopolitismo tradizionale italiano dovrebbe diventare un cosmopolitismo di tipo moderno, cioò tale da assicurare le condizioni migliori di sviluppo all'uomo-lavoro italiano, in qualsiasi parte del mondo egli si trovi. Non il cittadino del mondo in quanto civis romanus o in quanto produttore di civiltà.[33]
Dunque, il rapporto tra internazionalismo e "interesse nazionale" non è un rapporto solo "contraddittorio" ma anche di complementarietà: l'esempio italiano dimostra, agli occhi di Gramsci, come esso possa e debba essere reso produttivo e fecondo, nella prospettiva di  una unificazione solidale, ovvero non più fondata sulle logiche dell'imperialismo, del genere umano. Ancora una volta internazionalismo e questione nazionale appaiono stretti in modo indissolubile: l'internazionalizzazione capitalistica dispiegatasi nel corso del Novecento non ha certo annullato la distinzione tra le nazioni e la loro specificità e neanche l'esistenza di culture e civiltà profondamente diverse da quella dominante europea. Solo nel Novecento, per Gramsci, la storia diventa effettivamente "storia mondiale". Netto in tal senso è il suo rifiuto di ogni visione della storia universale di tipo eurocentrico:"fino a poco tempo fa - scrive - non esisteva il 'mondo' e non esisteva una politica mondiale; d'altronde la civiltà cinese e quella indiana hanno pur contato qualcosa"[34]. La dimensione globale attinta dalla civiltà capitalistica nel XX secolo, nella fase della sua piena maturità storica, non potrà in tal senso che rimettere in discussione lo stesso primato mondiale dell'Europa.[35] La politica mondiale e quella europea "non sono una stessa cosa. Un duello tra Berlino e Parigi o tra Parigi e Roma non fa del vincitore il padrone del mondo l'Europa ha perduto la sua importanza e la politica mondiale dipende da Londra, Washington, Mosca, Tokyo più che dal continente"[36]. Dunque lungi dal configurarsi puramente e semplicemente come un processo di "europeizzazione" o di "occidentalizzazione" del mondo, l'internazionalizzazione capitalistica ha in realtà finito per mettere in crisi le basi stesse dell'imperialismo "europeo".[37] Al di là dei suoi caratteri apparentmente "catastrofici", la crisi organica si configura così, in Gramsci, anche come un processo di trasferimento dei centri dell'egemonia e del potere su scala mondiale da un'area geopolitica all'altra: l'esplosione di grandi movimenti di emancipazione nazionale in paesi-continenti come l'India e la Cina, all'origine della loro odierna spettacolare crescita economica e industriale, sta, infatti, di fatto determinando per Gramsci uno spostamento dell'asse geopolitico mondiale dall'Atlantico al Pacifico.
Funzione dell'Atlantico nella civiltà e nell'economia moderna. Si sposterà questo asse nel Pacifico? Le masse più grandi di popolazione del mondo sono nel Pacifico: se la Cina e l'India diventassero nazioni moderne con grandi masse di produzione industriale, il loro distacco dalla dipendenza europea romperebbe appunto l'equilibrio attuale: trasformazione del contimente americano, spostamento dalla riva atlantica  alla riva del Pacifico dell'asse della vita americana, ecc.[38]
La stessa egemonia americana sarebbe dunque uscita rafforzata da uno spostamento nel Pacifico del centro dell'economia mondiale e dal nuovo ruolo economico e politico dei principali paesi dell'Oriente asiatico che ne sarebbe seguito. E' lo stesso tradizionale rapporto tra "Occidente" e "Oriente" e non solo quello tra l'Europa e la sua "propaggine" americana ad uscire profondamento modificato dai processi di "crisi organica" del mondo capitalistico. La questione nazionale è dunque per Gramsci un tema strettamente legato agli equilibri geopolitici, coinvolgendo non soltanto la struttura di quella che Braudel avrebbe chiamato "l'economia-mondo", ma gli stessi rapporti tra civiltà e continenti, entrati nel XX secolo in una nuova e più complessa trama di relazioni.
Salvatore Tinè




                               



[1] Antonio Gramsci, Scritti giovanili 1914-1918, Torino, 1975, pp. 156-57.
[2] Ibidem, p. 157.
[3] Ibidem, p. 159.
[4] Ibidem, pp. 200-1
[5] Sulla simpatia del giovane Gramsci nei confronti di Wilson e più in generale del mondo liberale anglosassone, cfr. Domenico Losurdo, Antonio Gramsci dal liberalismo al "comunismo critico", Roma, 1997, pp. 75-86. Losurdo nota opportunamente come per qualche tempo "le posizioni di Gramsci non sembrano molto lontane da quelle di Schumpeter" e come esse non solo sorvolino "sulla vitalità dell'antico regime nella stessa Inghilterra" ma non sussumino "sotto le categorie di guerra le spedizioni coloniali britanniche o i ripetuti interventi militari statunitensi nell'emisfero occidentale." (p. 28).
[6] Ibidem, p. 319
[7] Ivi.
[8] Ibidem, p. 186.
[9] Antonio Gramsci, Il nostro Marx (1918-1919), a cura di Sergio Caprioglio, Torino, 1984, pp. 175-176
[10] Ibidem, p. 175.
[11] Ibidem, p. 176.
[12] Sui giudizi del giovane Gramsci sugli Stati uniti e la centralità della sua riflessione sulla natura del capitalismo americano, cfr. Leonardo Rapone, Antonio Gramsci nella grande guerra, in "Studi storici", gennaio-marzo 2007, anno 48, pp. 3-96. cfr. anche Claudio Natoli, Crisi organica e rinnovamento del socialismo: il laboratorio degli scritti giovanili di Gramsci in "Studi storici", gennaio-marzo 2009, anno 50, pp. 167-230.
[13] Ibidem, p. 348-49.
[14] Cfr. Domenico Losurdo, Antonio Gramsci dal liberalismo al "comunismo critico", cit. p. 31.
[15] Antonio Gramsci, L'Ordine nuovo, 1919-1920, Torino, 1954, pp. 227-28.
[16] Ibidem, p. 380.
[17] Ibidem, pp. 262-63.
[18] Ibidem, p.264.
[19] Ivi.
[20] Ibidem, p. 146.
[21] Ibidem, p. 378-79.
[22] V. I. Lenin, L'autodecisione delle nazioni, Roma, 1976, p. 28.
[23] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Torino, 1975, p. 866.
[24] Ibidem, p. 1729.
[25] Ibidem, p. 1730
[26] Sulla lettera del '26 all'Ufficio politico del partito russo e più in generale sull'esigenza in essa affermata di unire strettamente autonomia nazionale e internazionalismo, cfr.  il saggio di Giuseppe Vacca contenuto in Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca, Il carteggio del 1926, a cura di Chiara Daniele, Torino, 1999, pp. 3-149.
[27] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, cit. p. 1729.
[28] Ivi.
[29] Ibidem, p.1756.
[30] Ibidem, p.748.
[31] Sul tema della vocazione cosmopolitica della "nazione italiana" in Gramsci, cfr. Michele Ciliberto, Cosmopolitismo e Stato nazionale nei Quaderni del carcere, in Gramsci e il Novecento, a cura di Giuseppe Vacca, Roma, 1999, vol. I, pp. 157-173.
[32] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, cit., pp. 1988-9.
[33] Ibidem, p. 1988.
[34] Ibidem, p. 166
[35] Sui concetti di "mondo" e di "storia mondiale" in Gramsci, cfr. Giorgio Baratta, Le rose e i quaderni. Saggio sul pensiero di Antonio Gramsci, Roma, 2000, pp. 259-77.
[36] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 181
[37] Sul tema del primato dell'Europa e dell'Occidente nel pensiero di Gramsci, cfr. Mario Telò, Note sul futuro dell'Occidente e la teoria delle relazioni internazionali, in Gramsci e il Novecento, cit., pp. 51-74.
[38] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 242.

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