lunedì 30 dicembre 2013

Identificazione di una donna


 "Identificazione di una donna" di Michelangelo Antonioni  racconta di un regista che cerca il volto di una donna per un film ma nello stesso ne cerca un altra per sé. Finisce così per trovarne una di famiglia aristocratica, con un rapporto molto tormentato con il suo corpo e la sua stessa femminilità, di una bellezza vagamente androgina e con tendenze omosessuali. Ciò non gli impedirà di innamorarsene, ma la donna ad un certo punto decide di scomparire, come Sandra ne "L'avventura". Il regista conoscerà allora un'altra ragazza, del tutto diversa, quasi opposta: tenera, aperta, in grado di accettare e vivere la realtà della vita e insieme le sue possibilità e soprattutto di amare senza chiedere nulla in cambio. Non è detto che l'amore sia "scambio", "reciprocità", sembra volerci dire Antonioni. La donna aiuterà il regista a cercare e trovare la ragazza scomparsa che evidentemente continua ad ossessionarlo. Ma ad un certo punto, questa donna scopre di essere incinta di un altro uomo. Il regista è "costretto" a lasciarla. Un altro fallimento, un'altra mancata "identificazione". Il protagonista del film abbandona allora il progetto di un film su una donna e pensa ad un film di fantascienza, in cui immagina una astronave che si spingerà fino alle vicinanze del sole per carpire i segreti della materia solare. La fine  del film sembra alludere ad una continuità o coerenza dell'indagine sul mistero dell'universo e della materia di cui esso e noi siamo fatti con la ricerca della donna, con lo sforzo teso alla sua "identificazione" che l'opera di Antonioni ci ha raccontato in tutto il suo svolgimento Dunque, la donna, anzi la Donna, ancora una volta come "metafora" o "allegoria" della Natura, dell'Universo, del loro mistero, della loro apparente impenetrabilità, del loro mutismo. In un'intervista, Antonioni ha dichiarato che in "Identificazione di una donna" egli ha teso a concentrarsi più sui personaggi, sulle loro psicologie, sui loro caratteri che sugli ambienti, sugli spazi, sugli oggetti. Eppure il suo film finisce per trasportarci nell'immensità dello spazio cosmico, fuori da ogni dimensione umana. Antonioni è sempre stato un regista "spaziale", molto più che "temporale": il suo cinema del piano-sequenza ha sempre teso a "fermare" il tempo, ovvero a risolverlo nello spazio. Di qui l'inessenzialità delle parole e dei dialoghi nei suoi film. Se c'è una psicologia nei personaggi essa è in ogni caso del tutto oggettivata nelle immagini; gli stessi personaggi hanno senso solo "dentro" le inquadrature all'interno delle quali si muovono e spesso si perdono. La tanto discussa "freddezza" di Antonioni ha in fondo in questo modo di intendere il linguaggio del cinema la sua origine più vera e profonda. Ed è forse proprio questa "freddezza", questa effettiva mancanza di psicologia, ovvero di personaggi che possano dirsi effettivamente tali che Antonioni ha cercato di superare in questo film. Ma è un tentativo che finisce con un fallimento. Il regista protagonista del film fallirà il suo tentativo di "identificare una donna", di costruire su una mera immagine, un personaggio, una donna "vera", senza psicologia. C'è a questo proposito una sequenza del film molto significativa: il regista contempla la sua compagna, mentre lei dorme. "Chissà se qualcuno avrà mai guardato me mentre dormo", pensa. Il regista, ovvero l'artista della "visione" è continuamente ossessionato dal guardare, dal vedere, nella vita e non solo nell'arte. Perciò anche la donna di cui è innamorato è "oggetto" della sua visione: la "visione" è l'unica possibile mediazione tra l'artista e la realtà. Il cinema è un occhio dilatato, una visione ingradita: "blow up". Ciò significa che la realtà esisterà per l'artista solo in quanto "rappresentazione", ovvero visione di un "puro" occhio che guarda. Quello dell'artista è uno sguardo per eccellenza "disincarnato", di tipo "trascendentale". "Fare un film è per me vivere": è una frase di Antonioni, diventata non a caso anche il titolo di una raccolta di suoi scritti e interviste. Ecco, anche il regista di "Identificazione di una donna" vive con lo stesso atteggiamento di fronte al mondo che caratterizza la sua attività artistica, il "fare" film. Un "fare" che tuttavia scaturisce dal suo apparente contrario, ovvero dal "vedere", "attività" in fondo passiva, mera contemplazione tesa a cogliere la vita come mera immagine, come forma. Il regista del film di Antonioni ama una donna e contemporaneamente sovrappone ad essa, con essa confondendola, la "forma" della donna, la sua immagine ideale, "vera", si direbbe, "solo" in senso platonico. "Vivere è per me fare un film", avrebbe potuto dire rovesciando la frase del suo autore. Tuttavia la ricerca di una donna per il film è anche la ricerca di una donna per sé. Il suo impulso creativo fallisce proprio perchè non riesce a disincarnarsi completamente, a prescindere completamente dalla sua psicologia. Il regista pretende di voler "vivere" anche "guardando" e forse pensa addirittura che solo contemplando il mondo lo si ama e lo si vive veramente. Le donne in carne e ossa che incontra e cerca nella sua vita resistono a tale atteggiamento, nel quale vedono o sospettano una forma dissimulata di egoismo, di arido, impotente solipsismo. Questa confusione tra la vita e la contemplazione della vita è il "problema" dell'artista ma in fondo anche di tutti noi. Essa scaturisce infatti dalla sostanziale ambiguità dell'atto del vedere, massima apertura al mondo e insieme "rappresentazione" dell'io, chiusura in esso.Un'ambiguità che è quella stessa del cinema: una forma d'arte massimamente oggettiva  e"naturalistica"  e insieme massimamente soggettiva e "onirica", "immagine del mondo" e nello stesso tempo "mondo dell'immagine". In questo senso anche il regista vive, ovvero si "apre" al mondo quando lo guarda e lo osserva: anche la "visione" è una forma di comunicazione, sebbene del tutto diversa da quella mediata dalle parole. Guardare il mondo significa "comunicare" con esso, scoprire che c'è qualcosa che "accomuna" colui che guarda e ciò che viene guardato. In un dialogo tra il regista protagonista del film e il suo sceneggiatore il primo dice al secondo di cercare un rapporto con la donna del tipo di quello con la natura, ovvero privo di parole, fondato sul solo "silenzio". Il silenzio in fondo come "alternativa" alla "incomunicabilità", ovvero come unica possibile forma di comunicabilità. Si potrebbe obiettare che questo silenzio è in fondo lo stesso silenzio dei sogni, in cui ci illudiamo di guardare una realtà esterna a noi ma nei quali in realtà guardiamo solo nel fondo di noi stessi. In questo senso, guardare la natura è un atto solitario, come il sognare: chi guarda non viene a sua volta guardato. Per questo, il regista di "Identificazione di una donna" si chiede se qualcuno lo abbia mai osservato dormire mentre guarda, contemplandolo, il corpo nudo della sua ragazza. Il sogno di una donna-natura, forse la donna "ideale" cercata e mai trovata è ciò che potrebbe nascondersi dietro l'affannosa ricerca del regista. La sua incapacità di amare discende proprio da questa incapacità di "esporsi" allo sguardo altrui, di lasciarsi guardare dagli altri, da un'altra. La donna ideale è quella che non ci guarda, neanche nel sogno.

Salvatore Tiné
15 novembre 2012

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