venerdì 17 gennaio 2014

Capitale umano


"Il capitale umano" di Paolo Virzì è un film interessante, sicuramente il più importante e impegnato del regista toscano. E' una commedia feroce e a tratti perfino crudele che tuttavia ad un certo punto si volge apertamente in tragedia. E' ambientato in Italia, in un immaginario, gelido paesino della Brianza, ma non vuole essere l'ennesimo film sull'Italietta cinica e corrotta. Non a caso è tratto da un romanzo di uno scrittore americano ambientato negli Stati Uniti. La Brianza, la sua economia, la sua società appaiono nel film tutt'altro che delle realtà provinciali o locali. L'umanità che Virzì ci racconta, quella "borghese" delle famiglie appartenenti alle classi ricche come quella propria del ceto medio impoverito e impaurito dalla crisi è il vero "capitale umano" cui ci rimanda il titolo del film. E quella tra "borghesia" e "ceto medio" è l'unica dialettica sociale di cui il film parla: il cameriere che vediamo morire investito da un suv in una strada di perifieria nella prima scena del film è l'unica figura "proletaria" che ci sarà dato vedere nel film, non a caso solo appena visibile e subito scomparsa come pura "vittima". Si uccide solo per caso, così come si muore solo per l'indifferenza degli altri, in una società in cui la violenza si fa tanto più atroce quanto meno apparentemente "tragica" e "visibile". E cosa è il mercato se non il regno della violenza invisibile, nascosta dietro un'economia sempre più astratta e virtuale, che ci appare soltanto come un "gioco": un gioco metaforizzato proprio dalle partite di tennis in cui un magnate locale e il piccolo, buffonesco immobiliarista brianzolo finiranno per diventare soci in affari e falsamente amici, scommettendo proprio sulla crisi e la rovina degli altri. I morti sulla strada di un gioco pericoloso quanto insensato anche quando si svolge nel rispetto delle regole e della leggi, restano così ai margini, invisibili, non visti. Nessuna consolatoria dialettica "generazionale", ovvero nessun conflitto tra padri e figli sembra scandire la vicenda del film: in realtà la figlia dell'immobiliarista fraudolento e il figlio del magnate della finanza, solo apparenti "fidanzati", non sono per niente "migliori" dei loro rispettivi padri: chiusi nelle angustie del loro privato sembrano non accorgersi della quotidiana catastrofe delle famiglie di cui pure sono parte, come delle loro vite tanto frenetiche quanto insensate. In questo senso, il titolo del film sembra alludere più in generale all'"umanità" del "capitale", ovvero delle società "globalizzate" di oggi, dominate da un capitalismo sempre più finanziario perché in crisi e in preda alla disperazione e che tuttavia proprio sulla crisi punta per continuare a fare profitti e sopravvivere, secondo una logica "vampiresca" che la "critica dell'economia politica" del vecchio Marx aveva colto molto bene. Il "capitale umano" è allora certamente anche l'umanità moralmente e materialmente devastata dal capitale. E tuttavia tale devastazione non sembra intaccare minimamente la logica che la determina. "Avete vinto scommettendo sulla perdita dell'Italia" dice la moglie del finanziere brianzolo al marito di nuovo trionfante. La "vittoria" finale del protagonista e del suo gruppo è dunque la metafora della "vittoria" della logica capitalistica in quanto tale. Dopo il "lieto fine", una didascalia ci informa della somma di denaro con cui la famiglia del cameriere morto in un incidente per non essere stato soccorso è stata risarcita e che il risarcimento si chiama tecnicamente "capitale umano". In quella nuda cifra, valore di scambio della vita umana, è per l'appunto riassunta come in un geroglifico l'umanità del capitale.

Salvatore Tiné

giovedì 16 gennaio 2014

Antigone e il desiderio

12 novembre 2013 


Difficile non pensare ad Antigone vedendo "La vita di Adele" di Abdel Kechiche. Il personaggio del mito greco è non a caso esplicitamente citato in una scena del film. Ma è in particolare all'interpretazione lacaniana dell'Antigone sofoclea che mi è venuto fatto di pensare: un'interpretazione, com'è noto, tutta centrata sul tema della "fedeltà al proprio desiderio".  La ragazza adolescente protagonista del film, Adele, ci appare infatti come un altro esempio di totale, ostinata volontà di non rinunciare al proprio desiderio. C'è un che di "assoluto", di intransigente nella sua ricerca di se stessa, nella rivendicazione della libertà della propria persona come del proprio corpo. Ma, nonostante gli espliciti riferimenti a Sartre e all'esistenzialismo che ritornano nel film, la scoperta di se stessa e della sua libertà che scandisce la vicenda di questa piccola Antigone sembra radicarsi nella purezza e nella mera vitalità del proprio corpo piuttosto che nell'"angoscia" dell'esistere. La fame di piacere che sembra animare il suo corpo non ha niente di morboso o deviato. Adele e il suo corpo sono un tutt’uno: nessuno scarto, nessuna “riflessione” di una qualche "coscienza" sembra mai sospendere questa sostanziale, “ontologica” identità. Una identità che forse solo il cinema, o almeno quello che Pasolini avrebbe definito “cinema di poesia”,  come “linguaggio stesso della realtà” e quindi dei corpi è in grado di restituirci attraverso la pura fisicità delle immagini e del loro movimento. Eppure il film di Kechiche è una riflessione tormentassima sul "mistero" di questa in fondo solo apparente "immediatezza" dei corpi. L’amore è incontro, tanto “irrazionale” e “insensato” quanto casuale. L’amore di Adele per Emma  nasce in modo fulmineo dalla mera casualità di uno sguardo reciproco: due persone possono amarsi senza che l'una sappia niente dell'altra. Pure, "il caso non esiste"  dice Emma ad Adele. In fondo, non possiamo non muovere da questo segreto presupposto quando cerchiamo di cogliere l'amore nella sua essenza, di là dall'apparente "casualità" dell'"incontro" da cui pure sempre si origina. La ricerca del suo senso ritorna ma, per superarlo, a questo mistero impenetrabile dell’origine che è tuttavia il suo incanto. Eppure è la stessa Emma ad evocare nel film l'esistenzialismo di Sartre, centrato proprio sull'idea della contingenza dell'esistere. Non esiste un senso dell'esistenza che la trascenda: dunque... "il caso esiste". Emma è una pittrice: cosa è la pittura se non la ricerca del senso della realtà e della vita, di là dalla loro "fisicità", dalla loro "oggettiva" concretezza. In tal senso la pittura si contrappone al cinema, alla sua totale immanenza alla vita. E' questa immanenza che Kechiche si sforza di cogliere, raccontando dell'incontro e dello scontro tra il tormentato "intellettualismo" di Emma e la verginale e sensuale insieme fisicità di Adele. Un contrasto reso tanto più evidente dalla differenza di età e di maturità tra le due giovani donne. Le lunghe estenuanti sequenze erotiche raccontano certo l’amore come ricerca dell’assoluto, ma “solo” come tensione impossibile e insostenibile alla fusione dei corpi, al superamento del limite non trascendibile che sembra separarli come  "monadi". Forse l'amore è proprio questa "impossibile" armonia tra monadi, per niente leibnizianamente “prestabilita” per quanto sempre spasmodicamente, dolorosamente cercata dai corpi che si amano. “Il rapporto sessuale non esiste” ha detto una volta Lacan. Ed è proprio la solitudine del desiderio che sembra evocare l'ultima inquadratura del film, il finale che mostra Adele camminare sola lungo una strada, al culmine della sua “educazione sentimentale”, finalmente donna e tuttavia fedele come prima a se stessa e al suo desiderio.

Salvatore Tinè

mercoledì 15 gennaio 2014

L'Anti-Amleto


Nella postilla all'edizione italiana del suo "Lenin", del 1967, Lukacs completava la sua riflessione giovanile sulla figura e l'opera teorica e pratica del grande rivoluzionario russo con un geniale ritratto della sua personalità, ovvero del suo "tipo umano". Egli sottolineava come la possibilità di un contrasto tra due convinzioni o sentimenti entrambi fondati sulla realtà e tale da mettere in pericolo "l'interiore esistenza umana" di un individuo in Lenin non si desse mai. Di qui il essere sempre "pronto", "preparato" all'azione: un carattere della sua personalità che ne fa l'"Anti-Amleto" per eccellenza. Il Lenin di Lukacs ci appare in questo senso come forse l'unica, vera incarnazione di quell'"uomo totale" al cui avvento alludeva il giovane Marx nella "Introduzione alla filosofia del diritto di Hegel" sintesi vivente di "teoria" e "prassi", di "pensiero" e "azione". Lukacs ricorda le parole di Amleto ad Orazio: "...beati coloro/ in cui sangue e giudizio son così ben  mescolati/ che essi non servono da zampogna su cui il dito della Fortuna/ possa suonare il tasto che vuole". Al contrario che nel principe di Danimarca, "sangue" e "giudizio", sono invece, per Lukacs, "giustamente mescolati" in Lenin, proprio perchè "la sua conoscenza della società era rivolta in ogni momento all'agire che proprio allora era socialmente necessario". Nella riflessione del pensatore ungherese, la figura del rivoluzionario russo si staglia così nella storia del mondo come quella di un grande uomo cui nella vita è riuscito di "realizzare moltissimo, di realizzare l'essenziale." Difficile non pensare che dietro la citazione di Shakespeare non si celi un'ambigua o forse addirittura tragica allusione a se stesso, ovvero al "tipo umano" proprio da lui incarnato del borghese aristocratico parzialmente rimasto tale anche dopo avere "tradito" la sua classe ed essere diventato comunista e rivoluzionario. Ma forse ogni individuo comunista è un uomo "interiormente" scisso, un almeno potenziale Amleto, con l'unica eccezione di Lenin, se il ritratto lukacsiano del suo tipo umano è da considerarsi corretto. E', in questo senso, un nuovo ideale etico di "saggezza" quello contenuto nell'opera di Lenin: una saggezza, tuttavia, non più solo non più solo contemplativa come quella antica, ma sempre "pronta all'azione", attualissima in un'epoca in cui, dice Lukacs, "la manipolazione divora la prassi e la deideologizzazione divora la teoria": Così, egli sembra volgersi alla figura di Lenin come al suo forse irraggiungibile ma indispensabile ideale regolativo di uomo "totale", in grado di conciliare sempre, perfino nella sua interiorità più profonda, la conoscenza della verità e l'impulso all'azione, il freddo rigore della scienza e il semplice amore della vita."Lenin- ha scritto Tito Perlini nel suo "Lenin"- è per Lukacs, l'anti-Amleto ed è insieme ciò di cui Amleto aveva nostalgia e verso cui disperatamente tendeva, ciò che egli trovava incarnato nella figura del padre: la mescolanza di sangue e intelletto che consente l'unità di pensiero e azione, l'accordo tra coscienza e impulso."

Salvatore Tinè

Passione


"L'uomo - scrive Marx nei suoi "Manoscritti economico-filosofici" del 1844 - come essere oggettivo sensibile è quindi un essere passivo, e poiché sente questo suo patire, è un essere appassionato. La passione è la forza essenziale dell'uomo che tende energicamente al proprio oggetto." Basterebbe questa affermazione per mostrare tutta l'infondatezza dell'idea "heideggeriana" secondo cui il materialismo di Marx consisterebbe nella riduzione dell'uomo ad "animale da lavoro", ovvero nella identificazione della sua essenza con una "soggettività" astratta e "incondizionata. In realtà già il giovane Marx procede ad un critica radicale di ogni nozione idealistica dell'uomo come "pensiero puro" o "autocoscienza". Una critica che sembra muovere da premesse filosofiche totalmente spinoziane, come l'idea della essenziale, insopprimibile naturalità dell'uomo, quindi del suo essere un "ente oggettivo", "pars naturae". Nessuna concettualizzazione è data di qualunque forma di attività umana che non rinvii a questa fondamentale condizione di "passività" naturale dell'uomo. Solo che il giovane Marx non concepisce in termini tradizionalmente metafisici tale condizione. E' proprio infatti il suo essere essenzialmente passivo a fare dell'uomo un essere "appassionato". L'attività dell'uomo è esattamente la sua passione, ovvero la sua tensione verso l'oggetto, verso una realtà che gli è esterna e di cui egli fa parte. Una attività reale, effettiva è tale, dunque, solo se passiva e insieme appassionata. Ben prima di Heidegger e certamente non nei suoi termini astrattamente ontologici e puramente fittizzi, Marx ha superati il tradizionale dualismo metafisico tra "soggettività" e oggettività", tra "uomo" e "natura". Ed è proprio in tale effettivo superamento che Marx sempre riprendere Spinoza, il suo grandioso monismo.  "Se con la sua alienazione -scrive Marx - l'uomo reale, corporeo, piantato sulla terra ferma e tonda, quest'uomo che espira ed aspira tutte le forze della natura, pone le sue forze essenziali, reali ed oggettive, come oggetti estranei, questo atto del porre non è soggetto; è la soggettività di forze essenziali oggettive, la cui azione deve essere quindi anch'essa oggettiva. L'essere oggettivo opera oggettivamente; né opererebbe oggettivamente, se l'oggettività non si trovasse nella determinazione del suo essere. Crea, pone solo oggetti, perchè è posto da oggetti, perchè è originariamente natura. Dunque nell'atto del porre esso non passa dalla sua attività pura ad una creazione dell'oggetto, ma il suo prodotto oggettivo non fa che confermare la sua attività oggettiva, la sua attività come attività di un essere naturale oggettivo." Non più dunque un "soggetto" che "pone" un oggetto" ma un'unica "attività oggettiva", "passività" che in quanto tale si fa "passione", tensione energica verso l'oggetto. E' forse a partire da queste formulazioni che occorrerebbe partire per comprendere il senso del rovesciamento materialistico della dialettica hegeliana. L'attività dell'uomo non sembra scaturire infatti dalla "negazione" della sua condizione di "passività", ovvero dalla "negazione della negazione" ma piuttosto dalla positiva'"affermazione" di tale condizione. 

Salvatore Tinè

martedì 14 gennaio 2014

L'amore equivoco


Cerco un brano dell'"Ulisse" di Joyce. Sfoglio il libro e non resisto alla tentazione di rileggerne alcuni brani che avevo sottolineato in precedenti e ripetute letture. Mi imbatto in alcuni passi in cui Bloom ricorda Molly, il suo amore per lei, la sua passione fisica, in fondo, nonostante tutto, ancora viva. Il senso della carnalità dell'amore è fortissimo in Joyce: nessuno come lui è riuscito a restituircelo trasformandolo in scrittura, in una sorta di "musica" fatta di parole, dandogli una "forma" che tuttavia non lo spiritualizzi, non lo sublimi. In questo senso, nonostante le apparenze, Joyce mi appare tutto il contrario di Wagner, pure molto amato dallo scrittore irlandese che da lui, ovvero dalla sua musica ininterrotta e magmatica, certo attinse non poco. Per contrasto ripenso a "La montagna incantata" di Mann, alle grandi pagine il cui lo scrittore tedesco racconta dell'amore tra il giovane Castorp e Claudia Chauchat, e in particolare a quella, indimenticabile, molto "wagneriana", di spasmodica quasi insostenibile tensione lirica e sensuale, del loro bacio "russo". Un "bacio sulle labbra" che, in una una strana ambigua luce di sogno, appare come il culmine infine raggiunto di una lunga, interminabile notte "tristaniana". E ripenso a come lo stesso Mann commentava quel bacio, la sua ambiguità: " A parer nostro, voler distinguere nettamente, in cose d'amore, fra timorato e appassionato, è bensì un'impresa analitica, ma- per ripetere le parole di Castorp- 'sommamente balorda' e perfino ostile alla vita. Che vuol dire nettamente? che cos'è il senso ambiguo? Noi francamente ce ne ridiamo. Non è forse un fatto grande e buono che la lingua possieda una parola sola per tutti gli aspetti che vi si possono comprendere-dal più timorato al più carnale e concupiscente? Qui sta il perfetto univoco nell'equivoco, perchè l'amore non può essere non corporale nell'estrema timoratezza, né non timorato nell'estrema carnalità, esso è sempre se stesso; sia come scaltro attaccamento alla vita, sia come suprema passione, è il consenso col mondo organico, il commovente e voluttuoso abbraccio di ciò che è destinato a corrompersi,...anche nella più ammirevole e più furiosa passione appare certamente la charitas. Senso ambiguo? Ma lasciate, Dio buono, che il senso dell'amore sia ambiguo! Se è ambiguo, vuol dire che c'è vita e umanità, e chi per questo stesse in pensiero, dimostrerebbe una desolata mancanza di scaltrezza.". In fondo nel testo di Mann citato c'è una fondamentale contraddizione: da un lato si afferma l'"univocità" del termine "amore", ovvero l'unicità del suo senso, a prescindere dai vari caratteri e dalle varie tipologie di cui l'amore è suscettibile e dall'altro si riafferma la sua sostanziale "ambiguità", ovvero la sua fondamentale "equivocità": per quanto "perfetto" l'univoco" dell'amore non può mai disgiungersi dal suo "equivoco": penso alla demonica ambiguità della pur verginale purezza di Ottilia ne "Le affinità elettive" di Goethe su cui Mann non a caso ha scritto un memorabile saggio. L'amore e perfino le sue più sublimi passioni partecipano pur sempre della distruttiva caoticità delle potenze della natura, al centro della tragica riflessione di Goethe in quel grande romanzo. Ecco forse è proprio questa misteriosa quanto "distruttiva"  equivocità dell'amore, per Mann, sempre "timorato" oltre che teso verso ciò che "è destinato a corrompersi", che non troviamo mai nella pagina di Joyce, nella sua totale, univoca immanenza al fluire della vita e non certo della sola "coscienza".
Ecco la vera,"perfetta univocità" dell'amore, forse spinoziano riflesso della "perfezione" del mondo, è forse l'"unica" sostanza" dell'"erotismo" joyciano.

Salvatore Tinè

lunedì 13 gennaio 2014

Joyce e Mann.

"Mentre scrivo-leggiamo nella conclusione di Tonio Kroeger-il mormorio del mare sale fino a me e io chiudo gli occhi. Guardo in un mondo non ancora nato, soltanto abbozzato, che cerca ordine e forma..." Ancora una volta leggo Mann ma penso a Joyce: anche ne "La spiaggia" del suo "Ulisse", davanti al mare di Sandycove, Stephen Dedalus, artista come Tonio Kroeger, chiudeva gli occhi e "guardava", in dubbio sulla realtà esterna del mondo, ma forse a differenza del suo omologo manniano ansioso di coglierla e afferrarla, di là da ogni sua illusoria, solo superficiale visione, nella concretezza dello spazio e del tempo, "forme" e "ordine" dell'essere."Stephen chiuse gli occhi per sentire le sue scarpe schiacciar scricchiolanti marami e conchiglie. Ci cammini attraverso comunque. Io lo faccio. un passo alla volta. Un brevissimo spazio di tempo attraverso brevissimi tempi di spazio. Cinque, sei: il nacheinander. Esattamente: è questa è l'ineluttabile modalità dell'udibile.""Un mondo non ancora, nato, soltanto abbozzato" e perciò tragicamente privo di ordine e forma, mera "possibilità": questo forse la sostanza poetica dell'arte di Mann; il mondo "già nato" perchè mai nato ma eterno, ovvero già dato, duro, impenetrabile ma meravigliosamente, terribilmente presente, spinoziana "sostanza", quello dell'arte di Joyce.

Salvatore Tinè

domenica 12 gennaio 2014

Io e te


4 novembre 2012 
Un ragazzo di quattordici anni, Lorenzo e una ragazza di ventiquattro, Olivia, figli dello stesso padre, si incontrano per caso dentro una cantina. In quel luogo chiuso e sporco, Lorenzo si è nascosto dai genitori per proteggersi dalla vita, dalla paura di diventare "adulto". Olivia, invece, invece, la vita l'ha già vissuta fin troppo: è una tossica e odia la madre del ragazzo, che le ha "rubato" il padre. Se il suo fratellastro è chiuso, timido introverso, lei manifesta apertamente i propri tormenti, le proprie inquietudini, a tratti perfino in modo aggressivo e violento. L'incontro tra i due giovani vede così scontrarsi due "solitudini". Impossibile non pensare a Ultimo tango a Parigi, all'incontro esplosivo tra un uomo maturo ma già finito, un vero e proprio naufrago della vita, Paul, e una giovane donna, Jeanne, inquieta e insoddisfatta. "Ultimo tango" raccontava l'incontro e lo scontro tra l'impulso autodistruttivo e nichilista di quell'uomo, privo ormai di ogni effettiva ragione di vita, con l'esuberante vitalità di una giovane donna ribelle alle convenzioni e alle coercizioni della "normalità" di una vita "borghese". Olivia sembra avere qualcosa di Paul e insieme qualcosa di Jeanne: è "autodistruttiva" come Paul, ma ancora troppo giovane per essere "finita". La sua giovinezza, la sua tenera e selvaggia sensualità, la prorompente fisicità del suo corpo, il suo stesso temperamento istintivo e ribelle la fanno piuttosto somigliare alla protagonista femminile di Ultimo tango. Ma se nel film del 1972, in uno squallido ma magico appartamento parigino, Jeanne si imbatteva in un uomo al di là della maturità, già alla vigilia della fine ma non privo di qualche tratto "paterno", nella cantina in cui si nasconde il fratellastro, Olivia si imbatte, invece, in un ragazzo non ancora diventato uomo, ancora al di qua del difficile e tormentoso passaggio dalla prima adolescenza alla maturità della vita. Significativa in tal senso la prima inquadratura del film in cui vediamo Lorenzo con il viso abbassato di fronte al suo psicanalista che lo interroga. Lorenzo non si lascia guardare e a sua volta si rifiuta di vedere. Il primo piano sul suo sguardo apparentemente freddo, indifferente ricorda un'analoga inquadratura di Arancia meccanica sugli occhi del protagonista maschile di quel film, Alex, il cui volto non è peraltro privo di una qualche somiglianza con il giovanissimo attore che interpreta Lorenzo. Alla domanda dello psichiatra che gli chiede cosa significhi per lui "normale", egli risponde "niente": come il vampiro protagonista del romanzo che portera con sé nella cantina, anche lui ha, in fondo, paura di essere "annientato" dalla "luce del sole", ovvero dalla realtà stessa del mondo. Perciò la sua curiosità si volge verso la semplice, muta vita degli insetti e dei pesci. Le uniche forme di "società" che lo interessano sono quelle "animali". Il rapporto con essi è l'unico infatti che non metta in discussione la sua autoreferenzialità; esso è forse l'unica modalità di relazione possibile per un ragazzo che appare affetto da una tipologia di narcisismo, apparentemente non meno "psicopatica", come la definisce la stessa sorella, di quella che caratterizzava il giovane Alex di Arancia meccanica, sebbene tutt'altro che violenta e distruttiva. Tuttavia, la sua vita sembra proporre una diversa "visione" della realtà, uno sguardo alternativo su di essa. In cantina, porta con sé una lente di ingrandimento con cui osserva da vicino le sue amate formiche, la loro operosa vita in comune. Viene in mente la celeberrima sequenza deLa corazzata Potemkin in cui il medico di bordo della nave, con i suoi occhialini osservava i vermi della carne putrefatta, orrorifica immagine simbolica dell'ormai morente regime zarista. Come quella del film di Ejzenstejn, anche la lente di ingrandimento di Lorenzo, è in fondo, una metafora del cinema e della sua superiore capacità di visione. Lo stesso film di Bertolucci è una "lente di ingradimento" sulla vita sotterranea e "invisibile" come quella delle formiche, di Lorenzo; una lenta di ingrandimento con cui tenta di scavare dentro la sua e la nostra paura di guardare e soprattutto di essere  guardati. Come diceva Sartre lo sguardo degli altri ci riduce inevitabilmente ad "oggetti", annullando la nostra soggettività come tale "invisibile". In questo senso, il film sembra "guardare" Lorenzo allo stesso modo in cui Lorenzo guarda e osserva affascinato la vita delle sue formiche, in fondo identificandosi nella loro vita "minuscola", segreta, nascosta. Il cinema non si limita a guardare la superficie della realtà, ad "occhio nudo" per così dire, ma tenta sempre di guardare ciò che vi si nasconde, ciò che si sottrae alla nostra visione più immediata delle cose e di noi stessi: esso è l'arte di rendere "visibile", magari "ingrandendolo", l'invisibile. Un occhio tecnologico, forse, molto più che naturale, superiore alla normale" capacità di visione dei nostri occhi. In questo senso, il cinema è veramente tale se il suo sguardo penetra anche dentro il buio, ovvero se riesce a cogliere la realtà delle cose nell'oscurità che le avvolge e non solo nella luce che ne rivela la mera superficie. L'esistenza "notturna" dentro la quale Lorenzo si è chiuso, il suo "vampiresco" rifiuto della luce del sole, proprio sottraendogli ogni sguardo sull'immensa, inafferrabile vastità a del mondo esterno,  finiscono per esaltare la sua capacità di visione sia fisica che onirica: del resto, già Hitchcock, nel suo grande Intrigo internazionale, ci ha mostrato come lo spazio aperto, infinito può essere molto più inquietante e pauroso di uno spazio chiuso. Certo, la prigione dentro la quale si è chiuso èla stessa "prigione" della propria mente: le sue visioni sono i propri fantasmi, i propri sogni, proiezioni di quello che il suo psichiatra definisce un "sè grandioso". In un primo momento l'ingresso della sorella nella cantina viene così percepito da lui come una fastidiosa intrusione nello spazio di isolamento e di protezione che egli si è costruito: perciò cerca in tutti i modi di "difendersi" da lei, tentando di cacciarla fuori dal suo nascondiglio. Dopo il suo contraddittorio tentativo di distacco dalla madre e dal rapporto "edipico", di odio e amore, nei confronti di lei, egli si trova nuovamente costretto alla "relazione" con un'altra figura femminile non priva di alcuni tratti "materni", ma certo lontanissima dalla rassicurante ma anche banale normalità borghese della madre. Una figura "reale", per quanto estranea alla realtà della famiglia dentro la quale è nato e cresciuto, non un'ennesima proiezione della sua mente. L'incontro con la sorella  lo costringerà a seguire il lungo percorso di dolore e di sofferenza anche fisica di Olivia e il suo tentativo di disintossicazione, e a superare così la sua iniziale posizione di indifferenza e distacco: ciò che lo indurrà ad avvicinarsi sempre di più a lei, ad assisterla, quindi ad aprirsi finalmente alla dimensione della "relazione" con l'altro, molto più degli astratti consigli del suo psicanalista. Eppure, ai suoi occhi, è piuttosto lei una figura "salvifica" per lui. In quella cantina è apparsa improvvisamente come un fantasma nella notte: ma presto il fantasma prenderà le sembianze di un Angelo, per quanto fragile e sofferente, un Angelo "che non vola più" come dice la canzone che canterà al fratello in una delle sequenze finali, ma che lo "salverà" conducendolo per mano verso la vita, fuori dalle mura soffocanti del nascondiglio. Il dolore psichico e fisico della sorella diventerà così anche il suo dolore. Con la poesia del cinema, con il linguaggio delle inquadrature, delle luci, della fotografia Bertolucci cerca di fermare la bellezza, la struggente poesia di un corpo giovane ma già sofferente, il corpo di una donna che, come dice la stessa protagonista femminile del film, "è tutta un livido". La giovinezza è l'età del primo, traumatico, impatto con la vita: essa è il tempo inafferrabile, "in bilico" per dirla con Benjamin, che sta in mezzo tra l'età dell'assoluta "purezza" e ingenuità e quella della piena consapevolezza della vita. Essa è in fondo la felicità stessa, ovvero cio che vi è di più transitorio e insieme di più "eterno". Attraverso la droga anche Olivia ha tentato di attingere una condizione di indifferenza nei confronti del mondo, seguendo, tuttavia, un strada diversa e opposta a quella del fratello, ovvero tentando di fuggire, di evadere da se stessa, consapevole in fondo che non si può "annullare" la realtà del mondo e degli altri se non annullando nello stesso tempo la propria stessa soggettività, il proprio stesso "io". Se Lorenzo ha provato a "fuggire" chiudendosi, lei, viceversa, ha provato a fuggire "evadendo". Il suo pianto straziante di fronte allo sguardo prima indifferente poi sempre più vivo e dolce del fratello rivelerà a lei stessa e a Lorenzo l'assurdità del suo di tentativo di evasione dalla vita. Due percorsi di vita e di formazione opposti, dunque, quelli rispettivamente seguiti da Lorenzo e da Olivia. Dopo il doloroso fallimento del suo percorso di "evasione" da se stessa e dalla realtà, sarà tuttavia Olivia a convincere il fratello ad un'altra e diversa "evasione", quella fuori dalle mura della sua prigione, non più però adesso verso i "paradisi artificiali" dell'eroina ma verso la realtà del mondo che li attende là fuori. Le sue lacrime esprimono la sua ritrovata capacità di soffrire e di vivere, quindi la ritrovata capacità dei suoi occhi di "guardare" il mondo, di sopportarne e accettarne la realtà. Viene in mente un brano di Broch, da La morte di Virgilio. "Perché la verità dell'occhio non è dolce lusinga; solo con le sue lacrime l'occhio diviene veggente, nel dolore soltanto diventa occhio che vede...". L'"occhio che vede" è in fondo quello del "cinema di poesia", ovvero l'occhio che cerca il senso della realtà, perfino il suo senso poeitico nella realtà stessa e non fuori di essa. In uno dei dialoghi tra i due fratelli, Olivia tenta di convincere il fratello della verità dell'idea che attribuisce al buddhismo, secondo cui la saggezza della vita consiste nell'accettare la realtà cosi com'è. Una tesi dentro la quale si nasconde una visione "rivoluzionaria", tutt'altro che quetistica della vita, del nostro essere e stare al mondo. Accettare il mondo è il presupposto per trasformare il mondo e insieme con esso noi stessi. Ma sapere accettare il mondo significa anche sapere vivere e accettare il dolore: non c'è conoscenza, ma neanche vita senza dolore. L'incontro con la sorella segnerà così nella vita di Lorenzo la scoperta insieme del dolore e della vita. Una scoperta che si accompagnerà a quella del corpo femminile, colto finalmente nella sua concreta dimensione fisica e non solo "onirica". Per la prima volta, userà la sua lente di ingrandimento non per contemplare le sue formiche ma per osservare direttamente, da vicino il corpo della sorella dormiente, il suo volto, la sua pelle, la vita biologica e l'eros che vi pulsano dentro: una nuova esperienza mediata da una nuova capacità di "vedere". Se prima ha solo "sognato" il corpo di una sconosciuta, conservandone in un libro una fotografia che lo ritrae in tutta la sua inquietante bellezza, adesso quel corpo viene osservato da vicino: con la sua lente di ingrandimento tenta, al fondo, di cogliere al di à della superficie della pelle il mistero del loro amarsi, forse cercando proprio nella "consaguineità" le radici più profonde e insondabili della loro unione. L'esperienza dell' amore come superamento della barriera, del "muro" che divide l'io dall'altro diventa così per Lorenzo la premessa per abbattere anche il muro che lo separa dalla realtà del mondo esterno. Scoprendo l'amore per la sorella comincerà così ad uscire dalla sua vita in "apnea", ad avvertire il bisogno di "respirare" all'aria aperta, fuori dallo spazio claustrofobico del suo "io". Un'improvviso bisogno di muoversi, un'ansia di vita cominciano a scuoterlo ed inquietarlo; comincia a sentirsi, come un animale in gabbia, costretto ad un movimento puramente "ciclico", "ripetitivo". Lorenzo aiuterà la sorella ad uscire almeno momentaneamente dal tunnel della droga e a riappropriarsi così della propria vita, mentre Olivia lo aiuterà invece a superare le angosce e paure infantili che gli hanno impedito fino a quel momento di dare concretezza, realtà effettiva alla sua ricerca di libertà e di indipendenza. La scena in cui Lorenzo e Olivia ballano insieme, vera e propria esplosione fisica del loro amore è certamente un grande momento di "cinema di poesia". Solo dopo avere ballato da soli ma insieme, in quella cantina, potranno uscire finalmente all'aria aperta e salutarsi. E' il loro "primo ballo" molto diverso dall'"ultimo tango" a Parigi di Paul e Jeanne. L'ultima inquadratura, il fermo immagine sul primo piano del ragazzo di nuovo solo ma "diverso", sul suo volto felice e sereno è molto bella. E' il suo primo sguardo da uomo sulla realtà e sul mondo esterno, l'"inizio" di un altro "viaggio" nel tempo e nello spazio della vita, fuori finalmente dallo spazio claustrofobico del sogno. Il cinema è questo, come ci ha insegnato Anghelopoulos: il racconto per immagini del nostro "viaggio" nel mondo alla ricerca del nostro vero sé, della nostra identità più autentica, la ricerca del primo sguardo sulla realtà, lo "sguardo di Ulisse".

Salvatore Tinè.