venerdì 31 gennaio 2014

La famiglia


"In Sabato, domenica e lunedi", De Filippo ci parla della famiglia, della sua crisi, dei conflitti che la attraversano nel profondo e che in genere esplodono la domenica, quando la dimensione attiva della vita, il duro, faticoso lavoro quotidiano si interrompono e le contraddizioni, fino ad allora nascoste o accantonate, non possono più essere eluse. Nel corso di un pranzo domenicale cui partecipano tutti i membri della famiglia insieme ad alcuni vicini, quelle contraddizioni trovano un punto di rottura, di drammatica precipitazione. Il tempo circolare del rito è anche quello della tragedia. Il pranzo della domenica è il vero teatro della famiglia, ovvero quello che spezza, sia pure solo per attimo, il teatro falso, convezionale fino ad allora svoltosi: le maschere fino a a quel momento indossate vengono meno e i convitati, parenti e amici, si mettono a nudo. La tragedia è il momento di questo riconoscimento che è anche uno smascheramento, il suo rito sempre ripetuto. Il tragico è freudianamente il rimosso che ritorna e si ripete. Il luogo di un'altra temporalità. Ma per fortuna c'è anche il lunedi, quando il teatro "vero" finisce e ricomicia quello "falso", con le maschere della vita reale miracolosamente ricomposte. La tragedia si volge così in commedia. La vita riprende il suo corso normale e quello che fino a un attimo prima era apparso come il luogo della contraddizione, per eccellenza, ovvero la la famiglia, diventa come per incanto quello della riconciliazione. La contraddizione tra uomo e donna, nelle vesti di marito e moglie e quindi in quelle di padre e madre, insieme alla contraddizione tra genitori e figli trovano proprio nello spazio claustrofobico che incessantemente le genera l'unica possibilità di mediazione. La tragedia è finita, insomma, ma, come dicono gli attori, "lo spettacolo deve continuare".... La famiglia come inferno e insieme unico rifugio possibile, finto "paradiso": è questo forse il tema di "Sabato domenica e lunedi".

Salvatore Tinè

mercoledì 29 gennaio 2014

Amor matris

17 settembre 2013 

Il tema "edipico" dell'odio per il padre e dell'amore per la madre è al centro di "The tree of life" di Terrence Malick. Il regista americano narra quasi solo per immagini la storia di una normale famiglia del Texas negli anni '50, ma inserendola dentro il "racconto" della nascita dell'universo e della vita. Un racconto che non coincide con quello della creazione divina del mondo: eppure non si può certo che il Dio, così tante volte evocato nei più lancinanti momenti di dolore e di disperazione dei personaggi del film, coincida senz'altro con quello spinoziano, ovvero con il "Deus sive Natura" e che quindi la vita dell'uomo appaia nel film come spinoziamente "parte" soltanto e mai come "scopo o "fine" ultimo dell'esistenza del mondo. Pure, "The tree of life" si presenta in larga parte come un film sulla Natura e sul suo rapporto con la vita e l'esistenza dell'uomo, da Malick indagate in una prospettiva fortemente etica. Solo dentro questa prospettiva, Malick si interroga sul tema dell'amore, ovvero come si dice  in "To the wonder", l'ultimo film del regista americano, dell'"amore che ci ama, che viene dal nulla e da tutte le cose." Ma in che senso il Dio-Natura spinoziano, nonostante la sua potenza infinita e la sua "indifferenza" alla nostra vita, il suo essere " al di là del bene e del male" può essere concepito "cristianamente" come un Dio-Amore, "che ci ama"? E, ancora, in che senso un Dio concepito come Natura e non come Persona può amare e non solo essere amato? Certo, nel film è presente anche un'altra visione di Dio, quella del Padre crudele, che "ci odia". In questo senso il conflitto  tra il figlio e il padre che scandisce il racconto della vita  della famiglia si carica di un fondamentale significato teologico: a quel conflitto si accompagnano infatti i primi dubbi del figlio sulla "bontà" di Dio. "Perchè devo essere buono se tu non lo sei", egli si chiede, proprio nel momento in cui la sua contrapposizione al padre e alla sua pedagogia così apparentemente dura e "autoritaria" sconfina nell'odio e nella tentazione di uccidere il genitore. La morte di un ragazzo è un momento fondamentale nel corso della sua scoperta del dolore e della sofferenza: una esperienza che prefigura e rimanda a quella della morte del fratello da cui prende le mosse il film. Mai come questa volta, forse, il cinema era riuscito a fare del passato, del presente e del futuro un unico tempo. Il "passato" abissalmente remoto dell'inizio della vita nell'universo cui veniamo riportati nel momento più drammatico e sconvolgente del film, quello che narra di un enorme lutto che colpisce la famiglia con la la morte di uno dei figli, viene "raccontato" come se si svolgesse nuovamente davanti ai nostri occhi. Evocato dai personaggi del film, dalle loro domande tra loro intrecciate sul senso della loro vita e del loro dolore, quel passato appare tale solo nella sua "eternità". Così la storia del "big bang" diventa paradossalmente un momento dell'elaborazione del lutto da parte della madre e il suo dolore ci appare non meno "abissale" e gigantesco dell'universo che ci si squaderna davanti. E tuttavia ciò nulla toglie alla potente "oggettività" di quelle immagini "cosmiche", sebbene soltanto nel racconto della vita concretamente e dolorosamente vissuta nel "presente" dai personaggi del film esse acquistino senso per noi. Questa "joyciana" coincidenza, in un unico tempo e in un unico spazio, della vita nel suo semplice eppure così misterioso fluire quotidiano da un lato e della indifferente immensità del mondo dall'altro, dell'infinitamente piccolo e dell'infinitamente grande, è in fondo ciò che questo straordinario artista ci restituisce attraverso un vertiginoso, ininterrotto flusso di immagini, nelle quali come oggettivati vediamo riflessi i vissuti e le memorie più profonde dei personaggi. Perfino nella immensità dello spazio, nella sua paurosa, terribile bellezza, di là dai confini della terra, riecheggiano le voci fuori campo dei personaggi, e con esse è la loro interiorità spesso più profonda e abissale a risuonare. Ma dal cielo il cinema di Malick finisce sempre per riportarci sulla terra, ovvero sul mondo così come esso si mostra a noi nel nostro rapporto vissuto e quotidiano con esso.  Forse è proprio questo atteggiamento di "apertura" al mondo, ovvero di totale "accettazione" del suo "essere" che incarna la figura della madre. La sua evocazione dell'amore come condizione stessa della felicità del vivere, come sintesi vivente di memoria e speranza, non è in questo senso in contraddizione con l'idea continuamente richiamata dal padre ai figli, della "cattiveria" del mondo, della "crudeltà" dell'esistere. "Voi lotterete sempre dentro di me" dice la voce fuori campo del figlio, idealmente rivolgendosi ad entrambi i genitori. Un conflitto che sebbene interiorizzato dal figlio si risolve tuttavia, nel primato della figura materna e dell'idea di "amore" da essa incarnata. "Amor matris, genitivo soggettivo e oggettivo. Questa è forse l'unica cosa vera della vita", pensava Stephen Dedalus nell'"Ulisse" di Joyce.

Salvatore Tinè

domenica 26 gennaio 2014

Senza Papi

28 aprile 2011 


Non credo che "Habemus papam" sia solo un film sulla fragilità umana. Credo che sia anche e forse in primo luogo un film sul potere. Non a caso segue di qualche anno "Il Caimano", un film che del potere rivelava le tante facce, quelle attraenti e fascinose come quelle più orrende e ripugnanti, più abissalmente distanti da ogni idea di giustizia e di  moralità. Il film parla di un papa che rifiuta la sua elezione ovvero la "scelta dello Spirito Santo" e della costernazione in cui questo gesto così radicale da rasentare l'assurdità getta le masse che pure del potere del papa hanno maledettamente bisogno. Dunque più che della fragilità il film ci parla dei limiti della autonomia degli uomini ovvero della loro capacità, si potrebbe dire parafrasando Immanuel Kant, di usare il loro intelletto e di decidere della loro vita, senza la guida di un altro. Il potere, infatti, non è solo coercizione; esso è anche guida, guida morale e spirituale, "egemonia", per dirla con Gramsci. Quella del  papa che nega se stesso mescolandosi in mezzo ad una folla di giovani che cantano e suonano in Piazza San Pietro è un'immagine straordinariamente poetica ma anche terribile. Significa che per quei giovani non c'è più una guida, che devono fare da soli, ricostruire da soli una società andata in pezzi, ripensare la loro vita senza più i riferimenti e gli schemi ideologici tradizionali. Lo scetticismo dello psicanalista, un'altra guida fallita, non è una vera alternativa: è solo la consapevolezza solo apparentemente ironica e leggera, della crisi nella quale ci troviamo. Il gioco della pallavolo è la metafora di una "leggerezza" terribile, quella di una vita senza più un senso predeterminato. E' cioè in fondo il modo in cui lo stesso psicanalista ironizza sulla illusorietà delle soluzioni cosiddette post-moderne, tutte centrate sull'idea che, proprio perchè senza un senso imposto da dio o da un'autorità che lo sostituisca, la vita possa trasformarsi in un "gioco" fine a se stesso: lo psicanalista che pure è riuscito a trascinare i cardinali in attesa del papa, a giocare un torneo di pallavolo rimane non a caso chiuso nel Vaticano insieme con quei cardinali un po' ingenui e bambini, come in un film di Bunuel, prigioniero del proprio "inconscio" come il papa lo è della propria "anima". Ma neanche la fuga del papa da San Pietro in una Roma di cui pure Moretti esalta la luce e la bellezza da cui è meravigliosamente avvolta, è veramente liberatoria. Non si esce dalla crisi dell'autorità, solo uscendo fuori da un palazzo diventato per lo stesso papa appena eletto  una prigione soffocante e claustrofobica. Lo "spettacolo" del potere deve continuare. Moretti riflette in fondo su questa essenza "barocca" del potere, in nessuna altra sua manifestazione più clamorosamente evidente che nel caso della Chiesa cattolica, gigantesca messa in scena di una autorità che si vuole sia politica che spirituale, "sacra rappresentazione" del potere. Perciò il papa è, deve essere per svolgere il suo ruolo, il più grande attore del mondo. La passione per il teatro del papa ha questo significato profondo e straordinariamente inquietante: il potere non è solo terribile e schiacciante per chi lo esercita e per coloro su cui viene esercitato ma può spesso essere solo una maschera vuota. Non a caso l'unico momento in cui vedremo il papa felice sarà  dentro un teatro, mentre da da spettatore applaude la performance di un attore pazzo. Ma è solo un'illusione; presto arriveranno i cardinali a riprenderlo, ad applaudire lui, pure seduto in un palco, ritornato attore. Il papa ritornerà nel palazzo con i cardinali, come la responsabilità di chi guida e governa gli impone. Ma il suo ultimo gesto sarà appunto quello di gettare la maschera. La conclusione del film non potrà allora che essere quell'inquadratura sulla finestra del Vaticano, vuota. Del "cambiamento" evocato dal papa nel suo primo e ultimo discorso nulla sapremo: né sapremo se esso alluda alla "fine" del potere così come lo abbiamo conosciuto nella storia o ad un'altra ancora sconosciuta sua figura, magari in un utopico mondo senza Papi.

Salvatore Tiné

Habemus papam



La scena madre di "Habemus papam" di Nanni Moretti è senz'altro da considerarsi quella in cui il protagonista del film, uno psicanalista, tenta di psicanalizzare il papa, colto da un attacco di panico subito dopo essere stato eletto. Una scena memorabile che vede un papa, per la prima volta "confessarsi" con uno psicanalista, sostituto e parodia insieme del prete e quindi della stessa figura "paterna" del papa, vicario del "Padre" eterno. Non a caso ne "La stanza del figlio" lo stesso Moretti interpretava il ruolo di uno psicanalista in crisi per l'improvvisa morte del figlio. Si direbbe che in quel film alla morte del figlio faceva seguito quella del padre, rimasto "solo"...psicanalista. Del resto l'identità tra Padre e Figlio è il cuore stesso del cristianesimo come religione della "morte di dio".  In questo senso "Habemus papam" è la continuazione ideale de "La stanza del figlio". "Confessando"  il papa, in "Habemus papam" lo psicanalista psicoanalizza infatti se stesso, e in primo luogo se stesso come padre: qualcosa dello psicanalista del film ricorda il prete de "La messa è finita", il suo sconforto, la sua impotenza. Apicella in quel film era diventato prete in fondo perchè non era riuscito a diventare padre. Forse il prete è un fallito in quanto tale, ovvero un un padre solo "spirituale" e quindi illusorio. Non più "onnipotente" del resto il padre non è più tale; la sua impotenza e fragilità ne delegittima ruolo e funzione. Come il sovrano, il padre è tale solo se "assoluto". Anticipando le dimissioni vere di Benedetto XVI, quelle immaginarie del papa morettiano si presentano in tal senso come la metafora di una epoca "post-edipica", nella quale tuttavia la ricerca di padri veri o presunti è tutt'altro che assente. Cosa era "il caimano" di un altro grande film di Moretti se non un'altra, ennesima incarnazione della figura paterna, una variante parzialmente parodistica ma non per questo meno tragica del Padre dell'orda primordiale di cui parlò Freud in "Totem e tabù", ovvero della sua tendenza al potere e al "godimento" illimitati?  In questo senso, il papa dimissionario di "Habemus papam" è l'"anti-Berlusconi" per eccellenza. E tuttavia le sue dimissioni sono forse soltanto immaginarie, soltanto il sogno di un potere effettivo e tuttavia soltanto "spirituale" come tale contrapposto a quello "politico", il sogno di una "impossibile" "paternità".

Salvatore Tinè.

Todo modo. Una discussione tra me e Dario Stazzone

22 aprile 2012
Salvatore Tinè

‎"Todo modo" mi sembra uno straordinario gioco di rispecchiamenti e di sdoppiamenti. Il pittore, scrittore di gialli, protagonista del romanzo è un intellettuale volteriano. Eppure egli finisce per rispecchiarsi proprio nella figura di Don Gaetano, personaggio tanto misterioso quanto inquietante. Come lui, anche il pittore cerca la verità di là dalle sue apparenze, sebbene ritenga che essa sia conoscibile solo con gli strumenti della critica e dell'indagine razionali. Ma Don Gaetano pensa che l'unica verità sia al fondo lo stesso mistero di Dio, quindi una verità di là non non solo dalle sue apparenze ma anche da ogni distinzione tra bene e e male, tra giusto e ingiusto. In questo senso, come e perfino più lucidamente dello stesso protagonista del romanzo, doppio di Sciascia, Don Gaetano ha colto l'essenza "impolitica" del cristianesimo: in quanto religione della caduta e della morte, il cristianesimo è insieme, paradossalmente, critica e "giustificazione" del potere. E' proprio a tale concezione del potere che Sciascia sembra contrappone il "giacobinismo" del commissario di polizia, la sua religione della Giustizia da realizzarsi tagliando le teste. Il poliziotto è convinto che l'intellettuale illuminista la pensi come lui. Ma non pare che tale convinzione sia condivisa dallo stesso Sciascia.



Dario Stazzone

La tua lettura è acuta ed affascinante. Ma la distinzione tra i due uomini non è sempre così netta, il pittore razionalista è ammirato da Don Gaetano ed è certamente, ripetutamente spiazzato dalla sua morale molinista, dall'essenza "impolitica", direi crudamente cinica delle sue parole e delle sue azioni, sopratutto se riferite alla stessa chiesa cattolica. Il pittore si proietta nel gioco dell'intelligenza con malcelata ammirazione per il mefistofelico Don Gaetano: l'ordine delle somiglianze sciasciano, i riflessi demonici degli occhiali hanno senso in questa prospettiva perturbante. E lo stesso pittore sembra cedere, se non alla religione "giacobina" della giustizia, ad una pulsione molto più profonda e irrazionale.

Salvatore Tinè

Sono d'accordo con te. Ci sarebbe anche da indagare sulla figura del magistrato, del procuratore Scalambri, una figura intermedia tra quelle del poliziotto e del prete. Mi colpisce che l'intellettuale sia più vicino al commissario che al procuratore. Mi viene fatto di pensare a quanto scrive Benjamin sul potere della polizia, potere che conserva e che insieme sospende il diritto. Sciascia non vuole la "ghigliottina" evocata dal commissario come metodo per estirpare il delitto e tuttavia la figura di Scalambri è quella più scialba e incolore del romanzo, sempre preoccupato di chiudere al più presto l'indagine per non disturbare il potere e i suoi complicati equilibri. C'è insomma qualcosa che accomuna la "curiosità" dell'intellettuale, capitato apparentemente per caso in quello strano, orrendo albergo, e il sogno di un cambiamento tanto radicale quanto sanguinoso, del commissario ormai vicino alla pensione

Dario Stazzone 

Ecco, volevo dirti proprio questo, ma mi sono fermato temendo di rivelarti il finale che poi non è finale del giallo o antigiallo di Sciascia. Siciliano, Pasolini e molti altri commentatori concordano nel sostenere che il pittore abbia ucciso don Gaetano. Se così fosse il protagonista cede al sogno sanguinoso o forse, più irrazionalmente, alla pulsione ed al desiderio di uccidere il religioso che nella sua scepsi si fa veramente un doppio perturbante, e che, nelle ultime pagine, è investito di una singolare luce cristologica e martiriologica.

Salvatore Tinè 

Io ho pensato che l'ipotesi che sia stato il pittore a uccidere Don Gaetano sia piuttosto ironica, anzi autoironica visto che è lo stesso pittore ad evocarla. Ma ciò non toglie che quella ironia rifletta anche una desiderio, una pulsione inconfessata e inconfessabile del protagonista. Non avevo invece pensato a Don Gaetano come figura cristologica. Ti ringrazio per questa tua indicazione: peraltro potrebbe spiegare la pagina del romanzo in cui il prete sollecita il pittore a fare un ritratto del Cristo.

Dario Stazzone 

Esatto, ricordo una serie di occorrenze cristologiche nelle ultime pagine del libro. Il romanzo è incredibilmente complesso e a mio giudizio avrebbe poco significato se lo si leggesse sul piano di una contrapposizione rigorosa tra i due uomini. Don Gaetano è per il pittore perturbante nel senso freudiano del termine. Questo spiegherebbe la pulsione ad ucciderlo, ossia a sopprimere una parte di sé. Dovrei comunque rileggerlo, ogni parola va soppesata con attenzione. Sciascia nel suo momento più alto, che fa i conti con sé stesso, con la razionalità illuminista e il gesuitismo spagnolesco.

Salvatore Tinè 

Bella l'ipotesi che uccidendo Don Gaetano, il pittore avrebbe ucciso una parte di se. Penso anch'io che via sia una contrapposizione tra la razionalità illuministica e il gesuitismo spagnolesco: in realtà proprio radicalizzata la prima sembra rovesciarsi nel secondo. La ragione vuole distinguere e contrapporre: perciò essa deve affilare le sue "armi", tendere al massimo della precisione e della sofisticazione. Ecco in questa sofisticazione c'è tutto il pirandellismo di Sciascia: la ragione è al fondo questo tentativo di ripercorrere all'indietro, come si dice proprio all'inizio del romanzo, un'intera "catena di causalità". Ma c'è sempre "un anello che non tiene", direbbe Montale.

giovedì 23 gennaio 2014

La forma cinematografica


La “teoria generale del montaggio” di Sergej Ejzenstejn deve essere considerata non soltanto una teoria del linguaggio cinematografico, ma anche come una vera e propria estetica generale, ovvero una straordinaria riflessione teorico-politica sul tema della "forma". Sintesi di tutte le arti, il cinema è in grado di raggiungere per il grande regista sovietico il fine che ciascuna di esse ha sempre ma invano perseguito, ovvero di rappresentare insieme, simultaneamente, il mondo interiore dell’uomo e quello esteriore. Per Ejzenstejn, James Joyce è stato, nell’ambito della letteratura, lo scrittore che più degli altri ha tentato di avvicinarsi a tale fine, fino a spezzare i limiti stessi della letteratura. “L’originalità di Joyce – scrive in un suo scritto, intitolato “Traguardi”, del 1939 - si rivela nel suo tentativo di risolvere il problema con un metodo speciale: scrivere su due piani, rappresentando lo svolgersi degli avvenimenti contemporaneamente al modo particolare in cui questi passano attraverso la coscienza e i sentimenti, le associazioni e le emozioni di uno dei suoi personaggi principali. Qui la letteratura raggiunge, come mai era riuscita a far prima, una palpabilità quasi fisica. All’arsenale di metodi e influenze letterarie s’è aggiunta una struttura compositiva che chiamerei ‘ultralirica’. Ché, mentre la lirica, come le concezioni figurate, ricostruisce la logica interiore del sentimento, Joyce modella questa sull’organizzazione fisiologica delle emozioni e sull’embriologia della formazione del pensiero.” In tale tendenza a forzare i limiti della forma letteraria, Ejzenstejn individua l’espressione della impossibilità di superare quelli della stessa vita umana nell’ambito dell’ordine capitalistico. Di qui il suo carattere puramente “distruttivo” e non anche “creativo": la letteratura, infatti, può tentare di raggiungere o raggiungere effettivamente una “palpabilità quasi fisica” solo a costo di negare, ovvero "distruggere" se stessa come rispecchiamento della realtà, ponendosi essa stessa come "realtà". Perseguendo una struttura compositiva “ultralirica” Joyce aveva tentato di superare l’idea che l’arte rispecchi il mondo,  senza tuttavia poter attingere il terreno materiale della prassi su cui solo è possibile la sua trasformazione materiale. Tale “ultraliricità” non mette in discussione soltanto l’interiorità del sentimento svelandone l’organizzazione fisiologica ma anche la stessa maniera tradizionale di intendere l'autonomia del "pensiero" di cui Joyce mostra le radici corporee, mettendo a nudo l'embriologia della sua formazione. Il suo "Ulisse" è il prodotto di una grandiosa operazione "intellettuale" di scomposizione e di analisi della realtà del mondo e dell'uomo, Siamo di fronte insomma ad una rottura dei confini che separano l’interiorità dall’esteriorità, i sentimenti dalla loro corporeità, il pensiero dalla sensibilità, così come l'arte dalla scienza. In tal modo l'"Ulisse" di Joyce aveva aperto la strada al cinema, cioè ad un nuovo linguaggio eminentemente "intellettuale" in quando fondato non soltanto sulla riproduzione fotografica della realtà fisica ma anche  sulla scomposizione e sulla ricomposizione delle sue immagini. Il cinema attinge quella "palpabile fisicità delle cose" ricercata da Joyce attraverso la riproduzione delle cose stesse e non più attraverso un sistema di segni, sempre inevitabilmente "astratto". Ma proprio in tal modo esso riesce ad attingere un superiore livello di conoscenza e di approfondimento intellettuale della realtà. Alcuni dei maggiori registi sovietici dell'epoca di Ejzenstejn tentarono di valorizzare proprio i caratteri nuovi ed inediti del linguaggio del cinema: si pensi al "cine-occhio" di Vertov, da Deleuze definito "la pura visione di un occhio non-umano, di un occhio che sarebbe nelle cose". Per Ejzenstejn si trattava tuttavia di volgere in senso "creativo" e non meramente "distruttivo" la vera e propria "rivoluzione" formale che Joyce aveva rappresentato nell'ambito della letteratura. Del resto lo stesso Joyce aveva tentato con l'Ulisse di attingere una nuova concezione dell'unità organica dell'opera d'arte, sforzandosi di modellarla su quella dell'uomo e del suo "corpo". Nella "Teoria generale del montaggio", Ejzenstejn definisce l'"Ulisse" di Joyce un "romanzo-corpo", sulla base di una teoria del montaggio che lo faceva risalire addirittura al mito del corpo di Dioniso. In questo senso nella teoria e nella pratica artistica del regista sovietico, l'arte non è più il goethiano "specchio del mondo", ovvero il suo rispecchiamento da parte dell'uomo, quindi pur sempre "soggettivo", filtrato proprio da quella "logica interiore del sentimento" che Joyce aveva letteralmente mandato in frantumi. In realtà, dopo la vera  e propria esplosione delle "forme" realizzatasi nei romanzi maturi di Joyce, solo il cinema avrebbe potuto arrestare "salvare" l'arte, da una crisi potenzialmente mortale, espressione della più generale crisi del mondo borghese. “Soltanto il cinema – scrive Ejzenstejn - può prendere come base estetica non solo la statica del corpo umano e la dinamica della sua azione e della sua condotta, ma una gamma infinitamente più ampia, che riflette il movimento multiforme e i mutevoli sentimenti e pensieri dell’uomo. Non si limita a rappresentare sullo schermo le azioni e il comportamento dell’uomo, ma le compone in un quadro dove si riflettono la coscienza e il sentimento del mondo e della realtà.” Com’è noto Ejzenstejn ha difeso con forza in polemica con Vertov l’idea dell’”artisticità” del cinema. Eppure la sua concezione di tale “artisticità” sembra “distruggere” i limiti della tradizionale concezione dell’arte come rispecchiamento o rappresentazione della realtà da parte di un soggetto rigidamente contrapposto ad essa. Il montaggio dinamico e conflittuale di Ejzenstejn mira infatti a cogliere la la “palpabile fisicità” della “realtà” proprio attraverso e di là dalla apparente "oniricità" delle immagini del cinema, di là da ogni immanenza a una qualche trascendentale coscienza, come da ogni  ogni barriera tra "percezioni" e "concetti", tra "sensibilità" ed "intelletto". E tuttavia è pur sempre una superiore visione intellettuale che presiede al montaggio delle immagini, a garanzia del carattere comunque linguistico e artistico del cinema. Il più ampio "quadro" in cui il cinema "compone", sulla base di quello che Ejzenstejn definiva un "montaggio intellettuale", una gamma infinitamente più ampia" della realtà della natura e dell'uomo, proprio dopo averla preliminarmente "scomposta" e analizzata, è in fondo la stessa "totalità" del mondo, la sua "immagine" integrale, la sua, si direbbe, "immagine-corpo".


Salvatore Tinè

domenica 19 gennaio 2014

Nella neve


NELLA NEVE


Edere? stelle imperfette? cuori obliqui?
Dove portavano, quali messaggi
accennavano, lievi?
Non tanto banali quei segni.
E fosse pure uno zampettio di galline-
se chiaro cantava l'invito
di una bava celeste nel giorno fioco.
Ma già pioveva sulla neve, duro si rifaceva il caro enigma.
Per una traccia certa e confortevole
sbandavo,tradivo ancora una volta.

Vittorio Sereni

Le strade della vita che avremmo potuto prendere e non abbiamo preso: sembra questo il tema della poesia di Sereni. Quindi il conflitto tra ciò che non conosciamo ma che potrebbe o avrebbe potuto rinnovarci e il tenace legame con tutto ciò che ci è vicino, familiare, il "duro" ma anche "caro enigma" della nostra vita quotidiana. Eppure in una strana, grigia giornata, di neve e poi di pioggia, una pur debolissima luce celeste sembra addirittura "cantare", invitando il poeta a una nuova, non mai conosciuta vita, a nuove, ignote strade, che non prenderà. Poesia delle "occasioni" quella di Sereni e insieme e ancor più del nostro mancare ad esse. Le strade non prese sono anche le occasioni mancate, spesso per un mancato coraggio, per timore e rinuncia del rischio che ad ogni avventura si accompagna. Non sono le occasioni a "mancarci" allora, ma, più tragicamente, siamo noi a non saperle cogliere, a mancare ad esse. Ma "tradendole", per ciò che è "certo" e "confortevole", non soltanto finiamo per tradire noi stessi, la parte più profonda, forse perchè più inquietante e perciò più vera, di noi stessi, ma finiamo perfino per perderci. Dunque ci si perde proprio restando avvinti al "confortevole", come se il vero "enigma" fosse solo quello che sempre vi si annida. Il poeta sembra aver perso e per sempre il senso del rischio e dell'avventura che conduceva Leopardi ad abbandonarsi dolcemente, sebbene solo nel pensiero, nel mare dell'infinito, perfino naufragandovi. Di qui il finale "sbandare" del poeta, proprio nel suo ritrarsi leopardianamente "spaurito" "ancora una volta" di fronte ai più inquietanti messaggi di quelle strane forme disegnate sulla neve. Solo dopo il loro instantaneo svanire, l'immediato sopravvenire della pioggia che le ha già cancellate, il poeta si avvede del suo ennesimo "sbandamento". La poesia ha colto l'occasione: ma questa è più veloce di lei. Come il pensiero per Hegel, forse anche la poesia per Sereni arriva sempre troppo tardi.


Salvatore Tiné


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