giovedì 2 gennaio 2014

Passione e politica


17 gennaio 2013 
"E' vero-dice Gramsci nei "Quaderni del carcere"- che non esistono solo gli opposti, ma anche i distinti.". E' una affermazione di cui fare tesoro. Un pensiero dialettico, rivoluzionario non può che tendere alla totalità, ovvero all'unità del reale ma esso deve nello stesso tempo sapere cogliere la sua interna articolazione, le sue "distinzioni". Queste ultime infatti non sono solo "apparenze", ovvero pure mistificazioni con le quali la classe dominante occulta e dissimula il suo dominio, ma le forme concrete, i gradi e i livelli in cui quel dominio si esercita nel concreto della storia e si consolida. I rivoluzionari insomma devono imparare a "distinguere", per "opporsi": nessuna reale, effettiva conoscenza della "totalità" del reale si dà se non sulla base di quella che Palmiro Togliatti chiamava "analisi differenziata". La "distinzione" tra "struttura" e "superstruttura", ovvero tra economia e politica è in questo senso, per Gramsci, uno dei presupposti fondamentali di un'analisi materialistica ma non meccanicistica della realtà storica. Tuttavia è proprio dalla sottolineatura di tale "distinzione" che discende nel suo pensiero l'affermazione del primato della politica, intesa da Gramsci come superiore capacità di organizzazione e di direzione della stessa "struttura". Una capacità che per il pensatore sardo si incarna in quella che oggi chiameremmo "forma-partito". Solo attraverso tale forma infatti l'agire politico acquista quei caratteri di razionalità e di organicità, senza i quali esso si esaurirebbe in se stesso, senza produrre nessun risultato storicamente significativo. Fondamentale in tal senso la critica gramsciana alla concezione crociana della politica come mera "passione". Essa- dice Gramsci- esclude i partiti, perché non si può pensare ad una 'passione' organizzata e permanente.". L'osservazione di Gramsci mi pare di straordinaria importanza. Ma essa non nega il carattere di "passione" della politica. Piuttosto Gramsci mi sembra che intenda rivendicare la necessità che la passione si organizzi, ovvero non si esprima solo in modo fulmineo, spontaneo, frammentario, ma in modo permanente e organico. In questo senso senza i partiti non può esserci politica e quindi neanche "passione" politica. Perciò in un altro testo dei "Quaderni" leggiamo: "la politica è azione permanente e dà nascita a organizzazioni permanenti in quanto appunto si identifica con l'economia. Ma essa anche se ne distingue e perciò può parlarsi separatamente di economia e di politica e può parlarsi di 'passione politica' come di impulso immediato all'azione che nasce sul terreno 'permanente e organico' della vita economica ma lo supera, facendo entrare in gioco sentimenti e aspirazioni nella cui atmosfera incandescente lo stesso calcolo della vita umana individuale ubbidisce a leggi diverse da quelle del tornaconto individuale". Non si può non restare colpiti da un testo come questo, dalla sua dialettica complessità. In polemica con Croce, Gramsci rifiuta l'idea che il momento fondamentale della politica sia la passione. E tuttavia senza quest'ultima ovvero senza un "impulso immediato all'azione", non vi sarebbe politica. Pur sorgendo dal terreno organico dell'economia, la "razionalità" della politica non è infatti immediatamente assimilabile a quella in fondo meramente "utilitaristica" dell'economia, fondata sulla logica dell'interesse individuale. In tal senso la politica non solo si "distingue" dalla sfera economica ma, hegelianamente, la "supera", proprio in virtù della particolare, peculiare natura dei "sentimenti" e delle "aspirazioni" che caratterizzano "l'impulso immediato all'azione". Il crociano "nesso dei distinti" viene in tal modo superato nella più alta sintesi della politica, unità concreta e non solo "distinzione" tra "passione" e "razionalità", tra "spontaneità" e "organizzazione".

Salvatore Tiné

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